C’era una volta Kelly Cochran, trentacinquenne americana di Iron River, Michigan. Kelly è una donna particolare, amante della vita e delle abbondanti grigliate in compagnia. Suo marito, Jason, è deceduto nel 2016 ucciso dall’eroina, ma la donna ha affrontato coraggiosamente il lutto ed è andata avanti. Ogni persona, tuttavia, ha le sue ombre, scheletri nell’armadio che ci accompagnano e lei non fa differenza. Ecco, diciamo che gli scheletri di Kelly non si limitano a stare nell’armadio, no, a volte finiscono anche nel barbecue. “Che brava, Kelly, e che grigliate abbondanti. La carne sembra un po’ strana, sarà struzzo”. Lo struzzo erano invece i resti degli uomini che Kelly uccideva e della quale serviva alcune parti del corpo agli ospiti. Kelly Cochran è in carcere, ergastolo, per l’omicidio dell’amante, omicidio compiuto insieme al marito, alla quale poi è toccata la stessa sorte. Da poco gli inquirenti hanno scoperto che le uccisione accreditabili alla donna potrebbero essere più di nove. Ovviamente senza far mancare una sana dose di cannibalismo.
Ci vorrebbe un discorso lungo e articolato per parlare di antropofagia e del macabro, orribile fascino, inutile dire di no, che esercita sull’uomo. E lo faremo con il film in questione: We are what we are.


Nel 2010 Jorge Michel Grau dirige Somos lo que hay, film messicano in cui dramma e horror diventano allegoria di un Paese stanco e vessato. L’opera è così particolare che tre anni dopo Jim Mickle, il regista di Stake Land, decide di farne un remake, scrivendo e dirigendo We are what we are. Dal Messico alla provincia montana americana, variano gli elementi di sfondo lasciando intatto il tema principale: Frank Parker si ritrova a dover badare ai tre figli dopo la morte della moglie. Il patriarca assurge ai suoi doveri con severità e inquietante fervore, cercando di mantenere intatta a tutti i costi la particolare eredità di famiglia, un’eredità di sangue e carne umana. Toccherà alle recalcitranti figlie Rose e Iris mantenere viva l’usanza, proseguendo il rito che solo le donne di casa possono continuare, almeno fino a quando strani reperti condurranno la polizia vicino al loro segreto.

Mickle gioca con l’atmosfera piovosa e cupa, creando un american gothic che si muove abbracciato a un’inquietudine palpabile. Lontano da una politica commerciale, dalla trappola di un’ormai abusato dark-style da commedia nera e dallo humor facile d’ultima generazione, We are what we are è un film che si inoltra su sentieri impervi e rischiosi, andando a toccare un tipo di religiosità che ancora oggi spopola principalmente, ma non solo, nei luoghi più isolati. Parlare di fanatismo religioso è come camminare sui carboni ardenti, in un mondo dove esistono kamikaze e creazionisti, ma Mickle e Nick Damici, il suo co-sceneggiatore, stanno ben attenti a costruire la narrazione non sullo stato di fanatismo, bensì su ciò che questo può causare. Nella sua cupezza e nel suo incedere lento, il film si dimostra sobrio ma intelligentemente in grado di risvegliare domande esistenziali sulla famiglia, l’amore, la dedizione, sulla libertà di scelta che ogni essere umano deve possedere, retaggio comune e diritto imprescindibile. Se a una prima occhiata questo può facilmente essere letto come l’eterno e banale scontro tra laicità e religione, la sostanza è ben superiore e il punto d’arrivo è la libertà stessa.

Sempre sul limite pericoloso che divide la noia dall’interesse, We are what we are non è un film per tutti: inquieto, cadenzato, costellato di parole sussurrate e quasi mai incline allo splatter, una trappola che qui avrebbe forse banalizzato il remake di Mickle. Un remake solo idealmente, la base di partenza è la stessa, capace di protendersi in territori diversi, utilizzando l’horror più come pretesto per creare atmosfera, per inquietare e turbare senza mai eccedere, lungo la strada che porta a un finale feroce, brutale, senza compromessi ne speranza. Come a voler crudelmente sottolineare che nonostante tutto, alla fine, noi siamo ciò che siamo.

We are what we are
Anno: 2013
Durata: 1h 45m
Regia: Jim Mickle
Cast: Bill Sage, Ambyr Childers, Julia Garner, Kelly McGillis, Michael Parks

Manuel Leale
mleale@shakemymag.it
Figlio degli eighties, cinefilo compulsivo, sfogo la malata ossessione per la settima arte nei deliri ansiogeni dello scrittore. Critico, sceneggiatore, turista per caso, indosso con godereccia soddisfazione la maschera del cinico misantropo, maschera che cade con imbarazzante facilità. Vado matto per l’espressione “Cowabonga!”, peccato non la si possa usare con tanta frequenza. Se non sono in una sala buia davanti a un grande schermo, potete trovarmi in viaggio nel tempo e nello spazio a bordo di una cabina blu.

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