La pesante sconfitta rimediata nell’edizione dei giochi Olimpici del 1988 dalla nazionale statunitense di basket portò tutto l’ambiente a stelle e strisce a chiedersi se effettivamente il livello dei giocatori universitari fosse ancora sufficiente per disputare sfide a livello mondiale. Quella profonda ferita nell’orgoglio della patria del basket, abituata con atteggiamento di sufficienza e superbia a schierare solamente le “seconde linee” e a non rischiare i campionissimi NBA, portò ad un drastico cambiamento a partire dal 1989, anno in cui la FIBA modificò il regolamento a favore dell’ingresso dei professionisti all’interno della nazionale USA.

LA SVOLTA DI BARCELLONA 1992

“Questa sarà la squadra di pallacanestro più forte mai messa insieme e la mia responsabilità è perfettamente chiara: portare a casa la medaglia d’oro. Punto. Se non ci riusciremo, faremo meglio a stare a Barcellona e non tornare a casa!”. Con queste parole il leggendario coach Chuck Daly (uno dei sette allenatori nella storia NBA a vincere due titoli consecutivi con la stessa squadra, i Detroit Pistons, nel 1989 e 1990), al momento della nomina ad allenatore della rappresentativa olimpica in partenza per il torneo olimpico del 1992, fece ben capire l’importanza e la responsabilità di quell’edizione. La squadra da lui allenata non poteva fallire, la patria della pallacanestro non poteva permettersi un’altra figuraccia.
Con queste premesse e un gruppo di esperti vennero selezionati 11 campioni NBA e un solo giocatore del college, passati alla leggenda con il nome di “Dream Team”.

LA SQUADRA DEI SOGNI

Nessun nome poteva essere più azzecato: vedere giocare insieme campioni, anzi, leggende del calibro di Michael Jordan, Earvin “Magic” Johnson e Larry Bird di norma poteva accadere solamente in uno dei migliori sogni dei tifosi di basket USA. Ma, come si suol dire, a volte i sogni diventano realtà e nel 1992, sui parquet spagnoli scese in campo, con la stessa casacca bianca e la scritta USA sul petto, la squadra di basket più forte di sempre. Pensare di affrontare solamente Jordan, Magic e Bird insieme poteva far rabbrividire chiunque, ma il grande progetto per dimostrare l’assoluta onnipotenza cestistica statunitense non si limitò a schierare questi tre fenomeni. Clyde “The Glide” Drexler, Charles Barkley, David “The Admiral” Robinson, John Stockton, Karl “The Mailman” Malone, Chris Mullin, Patrick Ewing, Scottie Pippen e l’universitario Christian Laettner completavano una squadra indescrivibile dal punto di vista tecnico, che sulla carta non poteva e non doveva avere rivali (basti pensare che tutti i giocatori, a parte Laettner, sono all’interno della Hall of Fame NBA).

NO CHANCE

8 partite che definire dominio sarebbe davvero riduttivo. 117 punti segnati a partita, 73 punti concessi in media agli avversari, uno scarto medio di circa 44 punti: numeri da capogiro, anzi, da sogno. Perché vedere giocare il Dream Team non significava vedere in azione una semplice squadra di basket, significava ammirare la perfezione cestistica messa in atto su un parquet. E non parliamo di opinioni, parliamo di fatti oggettivi: nessun timeout chiamato durante tutto il torneo (!) a riprova della facilità di gioco e di risultato di questa squadra, che spesso, durante le partite o immediatamente al termine di queste si trovava circondata non solo dai tifosi, ma anche da alcuni giocatori avversari desiderosi di avere una foto ricordo con quegli dei del basket.

Il Dream Team riceve finalmente la tanto desiderata medaglia d’oro, vendicando la pesante sconfitta del 1988 a Seul – Credit: Mike Powell/ALLSPORT

Per onor di cronaca la nazionale USA vinse (o meglio, stravinse) la medaglia d’oro in finale contro la Croazia di alcuni grandi talenti anche a livello NBA, come Toni Kukoč e il compianto Dražen Petrović, autori di un’ottima prestazione, resa vana dallo strapotere dell’invincibile armata a stelle e strisce. Oltre al fatto di aver riportato gli USA sul trono del mondo, quella medaglia ebbe un’ulteriore sapore speciale: infatti, per un puro caso, o per un infallibile destino sportivo, l’accesso alla finale era stato garantito dalla vittoria in semifinale sulla Lituania, in cui militavano gli ex giocatori dell’URSS Marčiulionis, Sabónis ed il giustiziere di Seul, Rimas Kurtinaitis, che in soli quattro anni passarono da vincitori a vinti, senza alcuno scampo. Il tabellino di quella semifinale mostrava un impietoso 127-76 per gli statunitensi, che, a distanza di 4 anni si presero una gustosa rivincita umiliando gli avversari. Del resto si sa, “la vendetta è un piatto che va servito freddo”.

 

in copertina: La nazionale statunitense di basket alle olimpiadi del 1992, nota come “Dream Team” – ph. Bostonherald.com

Alessio Cerri
alecerri.25@hotmail.it

Lascia un commento