Stanza numero 6 dell’ala Denon del Musée du Louvre. Un gruppo di simpatici turisti dagli occhi a mandorla sosta con stupore dinnanzi alla celeberrima Monna Lisa di Leonardo da Vinci, regina incontrastata delle collezioni francesi e, probabilmente, volto femminile più fotografato della storia. Vorrei la sala tutta per me, pur sapendo che si tratta di un capriccio giustamente irrealizzabile. Gli sguardi sono rapiti dall’enigmatico sorrisetto della Gioconda e sembrano ignorare tutto il resto. Come è possibile non rimanere estasiati dinanzi alla monumentalità delle Nozze di Cana di Veronese o ai bellissimi ritratti di Tintoretto? Metto da parte gli inutili brontolii e finalmente riesco ad attraversare la barriera umana e a rendere giustizia al meraviglioso Concerto campestre di Tiziano, eseguito intorno al 1511 e acquistato da Luigi XIV nel 1671. Uno dei dipinti più enigmatici della storia dell’arte, la cui complessità gareggia con le misteriose composizioni di Giorgione e i raffinati rebus fiamminghi.

La Fête champêtre

Due ragazzi, vestiti secondo la moda cinquecentesca, siedono su un prato in compagnia di due fanciulle nude: uno di loro suona un liuto, la ragazza in piedi versa misteriosamente dell’acqua in una vasca mentre l’altra si appresta a eseguire una melodia con un flauto. Alle loro spalle si apre un paesaggio lussureggiante, con alberi dalla folta chioma, dimore minute in lontananza e un pastore con il proprio gregge. Quale messaggio è celato tra le morbide pennellate del giovane Tiziano?

L’ipotesi maggiormente accreditata è che si tratti di un’allegoria dell’attività artistica, rappresentata nella musica e riservata a un circolo di pochi eletti. Un concerto elitario, che il pastore seminascosto tra le fronde non solo non potrebbe capire ma, addirittura, dissacrare con la sua presenza. Una sorta di trasposizione in pittura delle teorie del veneziano Pietro Bembo, che rivendicano la necessità di un linguaggio allegorico la cui comprensione non è destinata a tutti. Al di là della discutibile e ipotetica concezione filosofica, la tela di Tiziano colpisce per l’altissima qualità espressa. Il cadorino non si è ancora pienamente affermato e si dimostra debitore della cultura figurativa giorgionesca, come si evince dal carattere ermetico dell’opera e dalla mirabile resa in ombra del volto di uno dei due ragazzi. Rispetto agli affreschi padovani della Scuola del Santo, precedenti alla tela in esame, trapela un maggiore controllo formale, una venatura classicista che imbriglia i personaggi e che preannuncia la svolta dell’Assunta dei Frari. La tavolozza, dominata dai verdi e dagli azzurri, è rischiarata da un lume caldo e addolcito e ravvivata dalla veste rossa del suonatore di liuto. Le ragazze esibiscono una sensualità idealizzata, il cui contegno sovrasta la cifra erotica del nudo.

Un modello per i grandi

Il Concerto si erge a modello non solo per i contemporanei ma anche per gli artisti delle epoche successive. È proprio all’opera di Tiziano, infatti, che si ispira Éduard Manet, protagonista del realismo francese, dipingendo le Déjeuner sur l’herbe, i cui nudi destarono un tale scalpore da indurre la giuria del Salon del 1863 a rifiutare l’opera. Manet attinge alla tradizione senza esserne schiavo: riproduce la scena tizianesca privandola della sua perfezione formale e abolendone l’idealizzazione classica in favore di una “parlata” più fresca e attuale. Un concerto per pochi che si trasforma in una colazione per tutti.

Alessandro Bonci
bonci.fai@gmail.com
Nasco a Cremona nel giugno '89, ma sono bresciano d’adozione. Mi sono laureato in Storia e critica dell’arte a Milano, pallavolista finché il fisico regge, ho sviluppato una dipendenza patologica nei confronti della pittura del Cinquecento italiano e del buon vino, preferibilmente bollicine. Non sopporto chi si giustifica costantemente, amo la gente che sorride.

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