Per quasi ottant’anni ha fatto sognare generazioni di ragazze e assopire schiere di ragazzi: uscito nel 1939, vincitore di ben otto premi Oscar, Via col vento (238 minuti di lacrime, sospiri e battaglie) è anche un vivido affresco della Guerra civile americana (1861-1865), per quanto studiato a tavolino dagli studios hollywoodiani per diventare campione d’incassi. L’editore, prima ancora di pubblicare l’omonimo romanzo di Margaret Mitchell (1936), cercò infatti un produttore disposto a portarlo sullo schermo: sulla sua strada trovò David O. Selznick della Metro-Goldwyn-Mayer, che ne acquistò i diritti per cinquantamila dollari.

Il successo della pellicola, diretta da Victor Fleming, si deve principalmente al romanticismo del racconto e alle accuratissime ricostruzioni storiche (oltre che alla fotografia): amore e morte intrecciati con la storia patria. Il film (ed è paradossale, dal momento che gli Usa si accingevano ad entrare in guerra contro il nazifascismo) adotta il punto di vista degli Stati del Sud, la cui Confederazione dichiarò la secessione nel 1861; mentre al nord prendeva sempre più piede un’industria capitalistica, nel sud prevalevano i latifondi agricoli. Inutile dire come da una parte la forza lavoro fosse rappresentata da liberi operai salariati, mentre dall’altra lavorassero schiavi afroamericani, comprati come merce. La famiglia O’Hara, infatti, è proprietaria di un immenso latifondo, e Mami, domestica di Rossella, incarna tutti gli stereotipi razzisti possibili, incluso il ricorrente e celeberrimo “zì badrona”.

Del resto, alla prima proiezione, ad Atlanta, l’attrice che la interpretava, Hattie McDaniel, non fu invitata: a causa delle leggi segregazioniste vigenti in Georgia, sarebbe stata l’unica nera in una platea di bianchi.

L’episodio bellico al centro del film è la battaglia di Atlanta, avvenuta nel 1864: vide il trionfo degli Unionisti comandati dal generale William Sherman, i quali distrussero la città a partire dalle infrastrutture.

La guerra si concluse soltanto l’anno dopo, lasciando sul campo oltre seicentomila vittime.

La ricostruzione del sud, sia nella realtà che nel film (prova ne sia la ricostruzione della proprietà di Tara, dove Rossella trova la madre morta ed il padre impazzito), fu drammatica: il nord impose la liberazione degli schiavi, ma molti di essi non riuscirono ad integrarsi nel “nuovo mondo”; alcuni sudisti coltivarono quindi il mito della “lost cause”, la causa perduta, convincendosi di essere gli unici depositari dei veri valori americani e cristiani: avrebbero perso la guerra per avvicinarsi dall’idea del Cristo sofferente. In quegli stessi anni nacque così il Ku Klux Klan, di cui si parla nel libro (ma senza venir citato nella versione cinematografica).

I frutti della riconciliazione si raccolsero nel nuovo secolo: a inizio novecento gli Stati Uniti superarono la produzione industriale europea, e la divisione nord/sud incominciò ad essere accantonata durante la prima guerra mondiale, con la chiamata alle armi di cittadini provenienti da ogni dove. Nel frattempo nasceva il “mito americano“, fatto di determinazione, resistenza e fiducia in se stessi. E Rossella, pur sudista, a causa della sua caparbietà divenne un simbolo bipartisan.

Marcello Bellini
marcomarcellobellini@libero.it
Nato nell'anno della rivolta di Timișoara, laureato in lettere moderne e filologia, mi piacciono Derrick, il televideo, Leland Palmer coi capelli bianchi, Sirmione, le capriole di Martins e la scucchia di Carlo V. Da grande vorrei essere come Steve Jobs: morto.

Lascia un commento