Fino al 6 maggio 2018, presso l’Accademia Carrara di Bergamo si potrà visitare una mostra straordinaria dedicata a Raffaello. Ho raggiunto Emanuela Daffra, curatrice dell’esposizione insieme a Maria Cristina Rodeschini e Giacinto Di Pietrantonio, per scambiare due parole sull’esposizione.

Raffaello è, indubbiamente, un nome di successo e che richiama il grande pubblico ma, oltre a ciò, quali sono state le ragioni che vi hanno spinto a renderlo il protagonista della mostra?

Ci sembrava giusto realizzare la prima esposizione della “nuova Carrara” su un argomento che fosse al livello del rango che il museo merita, poiché si tratta di uno dei musei civici più belli d’Italia, con opere di altissima qualità. Il San Sebastiano del maestro urbinate non solo è il protagonista dell’evento ma anche la “perla del museo”. Nonostante questa sua importanza, ci siamo accorti che non era stato sufficientemente studiato: era necessario concentrarsi sull’opera, sviscerarne le peculiarità stilistiche, inquadrarlo nel percorso artistico del suo autore e ricostruire con chiarezza la vicenda collezionistica. Oltre a ciò, visionando il materiale e ragionando con Paolo Plebani e Giovanni Valagussa, ci siamo resi conto che il dipinto risultava apparentemente statico poiché suscettibile di approfondimenti diversi, come la sua influenza sulla pittura ottocentesca.

Dal punto di vista scientifico, cosa apporta l’esposizione della Carrara sulla figura di Raffaello?

Tenendo conto che il San Sebastiano è sia il fiore all’occhiello dell’esposizione che un capolavoro della fase giovanile dell’artista, insieme agli altri curatori, ci siamo volutamente concentrati sul ruolo svolto dal padre, Giovanni Santi, e dalla cultura urbinate dell’epoca durante il percorso formativo dell’artista. Tali aspetti, nonostante siano noti da tempo, non hanno ricevuto un’adeguata diffusione, cosa che è, invece, accaduta con la figura di Perugino. Per quanto riguarda Pinturicchio, oltre a ricordare la collaborazione nella decorazione della libreria Piccolomini, abbiamo evidenziato il contributo raffaellesco nella splendida pala di Umbertide, di cui si pubblica per la prima volta, in catalogo, il contratto con i nomi dei due artisti. Come già accennato, ci siamo premurati di scandagliare per bene la vicenda del San Sebastiano. Ne abbiamo sottolineato i profondi richiami con la cultura urbinate, che consentono una datazione intorno al 1502-1503, in anticipo rispetto al contatto peruginesco. È un dipinto dedicato alla devozione privata decisamente anomalo: è elegante, non mostra sofferenza e non è nemmeno avvicinabile, in modo esplicito, ai ritratti in veste di San Sebastiano presenti in mostra. È probabile che l’opera nasca all’interno della corte di Elisabetta Gonzaga, caratterizzata da una cultura letteraria molto forte e da una religiosità lontana da soluzioni artistiche eccessivamente patetiche. Raffaello riesce a cogliere lo spirito del tempo, realizzando un capolavoro che potrebbe tranquillamente stare con le successive opere cortigiane eseguite da Perugino per i Gonzaga.

Raffaello, La Fornarina, Roma, Galleria Nazionale di Palazzo Barberini.

Possiamo definire “Raffaello e l’eco del mito” in controtendenza rispetto a quanto avviene in altri contesti?

È un’esposizione incentrata sulla collezione permanente. In un’epoca dominata dalle “mostre a pacchetto”, scientificamente discutibili, abbiamo deciso di valorizzare il patrimonio di cui siamo custodi, per stimolare i visitatori a ritornare alla Carrara. Anche gli eventi futuri seguiranno lo stessa filosofia: sappiamo che non è una strada facile ma, alla distanza, si rivelerà una carta vincente sia in termini di successo sia per la crescita culturale del Paese.

In copertina: Visitatori in compagnia di Emanuela Daffra dinnanzi alla pala Roncadelli di Perugino (foto www.bergamo.corriere.it)

Alessandro Bonci
bonci.fai@gmail.com
Nasco a Cremona nel giugno '89, ma sono bresciano d’adozione. Mi sono laureato in Storia e critica dell’arte a Milano, pallavolista finché il fisico regge, ho sviluppato una dipendenza patologica nei confronti della pittura del Cinquecento italiano e del buon vino, preferibilmente bollicine. Non sopporto chi si giustifica costantemente, amo la gente che sorride.

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