Lucio Domizio Enobarbo, divenuto Claudio Cesare Augusto Germanico dopo l’incoronazione e passato alla storia come Nerone,  (attenzione, non vi è alcun richiamo cromatico: “nero” in latino si dice “niger”, mentre “Nero”, da cui l’italiano Nerone, pare sia un nome di origine sabina dal significato di “forte”, “vigoroso”) è senza dubbio uno dei più celebri e controversi imperatori romani. Gli autori dell’epoca (il senatore Tacito e Svetonio su tutti) lo dipinsero come un despota nevrotico e sanguinario, capace di eliminare senza pietà anche i suoi stessi affetti (tralasciando il fatto che fosse terrorizzato dal sangue, ma vabbé), un megalomane in grado di bruciare mezza Roma solo per poter edificare l’impareggiabile Domus Aurea, un feroce persecutore di cristiani, un uomo dissoluto, un sovrano incapace.

Ma non fu soltanto questo

Salito al potere nel 54 d.c., grazie alle macchinazioni della madre Agrippina, che aveva sposato l’imperatore Claudio, il nostro Domizio Enobarbo (letteralmente “dalla barba color rame”) si diede inizialmente al buon governo, aiutato dal precettore Seneca e da Afranio Burro, fidato consigliere personale; dopo aver divorziato da Claudia Ottavia, figlia del precedente imperatore (e quindi sorella adottiva!), si invaghì di Poppea, compagna dell’amico Marco Otone: la donna, avida di potere, suggerirà all’imperatore di sbarazzarsi dell’ingombrante madre (che pretendeva  di regnare come co-reggente), e il sovrano, succube dell’amata, eseguirà.
La coppia si sposa quindi nel 62, e nello stesso anno muore Burro, sostituito da Tigellino, uomo ambizioso e privo di scrupoli che cercherà di fare terra bruciata attorno a Nerone.
Successivamente, complice anche l’allontanamento di Seneca, l’imperatore si lascia andare ad una serie di stranezze: dopo la morte della seconda moglie (secondo Svetonio a causa di una calcio sferratole dal marito mentre si trovava in stato di gravidanza, ma gli storici moderni sostengono a causa di una malattia), vive “more uxorio” per un certo periodo con un liberto di nome Pitagora, poi si sposa con un greco castrato di nome Sporo, straordinariamente somigliante alla perduta Poppea: è il primo caso di matrimonio tra persone dello stesso sesso documentato dalla storia.
Nel frattempo non disdegna d’intrattenersi nei lupanari, instaura relazioni durature con prostitute d’alto bordo, s’innamora perdutamente di una vestale  (sacerdotessa votata al culto di Vesta, dea del focolare domestico, cui consacrava la propria verginità), folleggiava per le bettole con compagnie di dubbia moralità e si spostava nottetempo per la suburra travestito da popolano o da matrona (a scelta).

Quadro che raffigura l’enorme incendio che distrusse buona parte della capitale dell’impero

L’incendio di Roma

Nel 64 sta trascorrendo un periodo di vacanza ad Anzio quando viene a conoscenza del grave incendio di Roma, quindi si reca immediatamente nella capitale; la storiografia dell’epoca lo vuole “mandante” dell’incendio, cui avrebbe assistito dall’attico di una delle sue residenze componendo poesie e suonando l’arpa, mentre quella moderna attribuisce la responsabilità a gruppi di fanatici cristiani in disaccordo con la sua politica religiosa.

Come che sia, l’imperatore fu tra i primi a prestare soccorso, arrivando ad aprire i cancelli di alcune sue tenute alla plebe e tassando aspramente i patrizi per permettere la ricostruzione delle “insulae” (condomini dell’epoca) e dei quartieri distrutti. Emanò inoltre alcune disposizioni riguardanti i materiali da utilizzare (limitando quindi l’uso del legname) e distribuì personalmente gli appalti per la ricostruzione.

Nel 67 trascorse un lungo periodo in Grecia, al termine del quale liberò la provincia dalle tasse: amava infatti, sopra ad ogni altra cosa, la storia e la cultura ellenica. Contemporaneamente, i suoi eserciti sottomettevano definitivamente l’Inghilterra e l’Impero Partico (attuale Iran).

Nel 68 i patrizi, che lo odiavano, ordirono un colpo di stato, e l’anziano  generale Galba prese il potere: Nerone si suicidò in una delle sue ville, assistito dal servo personale, cui disse (secondo la tradizione): “Qualis artifex pereo!” (Quale grande artista muore con me!).

Il senato decretò che il suo nome venisse cancellato dalle iscrizioni ufficiali e che nessuno potesse più parlare di lui, ma la storia gli ha concesso una (parziale) rivincita; noi, oggigiorno, chiamiamo Colosseo l’Anfiteatro Flavio, finito di costruire nel 72: indovinate chi potesse raffigurare la colossale statua che diede il suo nome alla piazza prima e alla struttura poi.

Una ricostruzione di come doveva essere il Colosso di Nerone a pochi passi dall’Anfiteatro Flavio di Roma
Marcello Bellini
marcomarcellobellini@libero.it
Nato nell'anno della rivolta di Timișoara, laureato in lettere moderne e filologia, mi piacciono Derrick, il televideo, Leland Palmer coi capelli bianchi, Sirmione, le capriole di Martins e la scucchia di Carlo V. Da grande vorrei essere come Steve Jobs: morto.

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