Nessuno nasce imparato, ed assumere l’identità di Milanese richiede un percorso di formazione lungo e tortuoso che passa attraverso numerosi step: dalla foto scattata con il Duomo sullo sfondo, come ogni turista asiatico insegna (con o senza piccioni appollaiati sull’avambraccio, pratica che mi sento in dovere di sconsigliare onde evitare di contrarre patologie la cui cura ancora non è nota alla scienza); fino alla visita al Castello Sforzesco e al Museo del Novecento, perché un post su Instagram in nome della cultura almeno una volta l’anno è doveroso.

Tuttavia, il passo più importante, quello che richiede più coraggio e determinazione è anche quello che vi permetterà di consacrarvi come veri e propri sciuri della Milano Bene: no, non faccio riferimento all’aperitivo sui Navigli – e con Navigli intendo Naviglio Grande (il Piccolo Naviglio presenta un tasso di criminalità più elevato di quello rilevato nelle peggiori bettole di Caracas); bensì al temibile tour nel Quadrilatero della Moda.

*Soundtrack alla Psycho*

Passando da Corso Vittorio Emanuele per accedere a Corso Venezia, continuando poi per Via della Spiga, Viale Manzoni e, infine, Via Montenapoleone, si respira un’aria diversa: l’aria dell’inadeguatezza, del senso di inferiorità, della ventata di lusso che ci travolge spogliandoci di quel poco di autostima che la dura esistenza ancora ci ha concesso. Tutto questo, naturalmente, a patto che non si abbia un conto a 7 zeri in banca.
 Non essendo questo il mio caso, mi sono fatto coraggio e solo per voi ho deciso di affrontare questo percorso irto di ostacoli; un po’ come Ilaria Dalle Palle quando, per conto della Barbarella Nazionale, si addentrava nelle boscaglie di Budrio alla ricerca di Igor.

Se sono ancora qui a scriverne, è solo ed esclusivamente perché le scuole superiori mi hanno temprato a sufficienza.

Il verbo da tenere a mente mentre percorrete le vie del lusso milanese è: FINGERE. I commessi lo sanno, fiutano la vostra inadeguatezza e povertà; pertanto è necessario che ogniqualvolta voi varchiate le suntuose porte delle boutique fingiate nell’ordine:
▪︎ Disinvoltura
▪︎ Self-confidence
▪︎ Il possesso di una mazzetta da due miliardi del vecchio conio appresso.

Secondariamente, non provate MAI a guardare il cartellino del prezzo.
Se volete che gli altri pensino che siate all’altezza della boutique in cui avete messo piede, il prezzo per voi deve occupare nella gerarchia dell’importanza, il gradino più basso. Deve trasparire quell’atteggiamento per cui – se voleste – avreste la possibilità di acquistare l’intero stabile senza che la cosa possa minimamente intaccare le vostre finanze. Che poi, in privato, ancora consideriate la moneta da un euro un’imprescindibile merce di scambio per l’acquisto di dieci goleador, non è necessario che si sappia in giro.

Ultima, ma non per importanza, regola da seguire pedissequamente riguarda il dress-code: è vero che non bisognerebbe giudicare un libro dalla copertina – del resto posso testimoniare di una coppia buzzurri con le sembianze di due gipsy acquistare una Gucci Dyonisus; tuttavia è sempre meglio non destare sospetti. Ricordo ancora di quando, entrando da Dolce e Gabbana con indosso un paio di bermuda, sono stato squadrato da capo a piedi come se fossi ricoperto di sterco di bovino. Oppure ancora quando mia cugina, inspiegabilmente vestita di una canotta a stampa tropicale ed un paio di shorts con un ridente Cucciolo (sì, il settimo nano di Biancaneve) schiaffato sulla natica destra, ha osato varcare i cancelli di Valentino:

Poco ci è mancato che al commesso non venisse un mancamento.
 Pertanto, consiglio ai lettori di sesso maschile il ricorso a pantaloni lunghi e camicia (sì, anche d’estate: mi unisco a voi nell’indignazione); ed al gentil sesso di indossare capi eleganti.

A questo punto vi starete domandando: perché mai dovrei entrare in una boutique di lusso quando non ho pecunia a sufficienza nemmeno per l’acquisto dei biglietti della metro?

Chiedere è lecito, ma rispondere è cortesia. A maggior ragione nel momento in cui non dispongo di risposte che possano soddisfare adeguatamente la vostra domanda.
Qualora però voleste irrazionalmente spingervi in quest’avventura, la parte più ardua è quella finale: uscire dal negozio.
Dopo una sequela spaventosamente prossima all’infinito di “Buongiorno”, “Preferisco dare un’occhiata per il momento”, “Buonasera” e (se Dio quel giorno non è particolarmente clemente) “Buonanotte”, sopraggiunge il momento più temuto, quello dei sudori freddi, quello in cui vi domanderete “ma siamo sicuri che l’ingresso fosse libero? No, perché non ho soldi a sufficienza nemmeno per l’acquisto di un portachiavi, signora mia”.

Sgattaiolare fuori dal negozio schivando i commessi famelici manco fossero i gusci di Koopa in Mario Bros non è cosa da poco, e vi garantisco che migliorerete solamente con un esercizio costante e continuo.

Ciononostante, una volta fuori respirerete un senso di libertà che credo nemmeno Natasha Kampush dopo 8 anni di prigionia in un seminterrato sia stata in grado di sperimentare: liberi di rivolgervi al vostro compagno di avventure con sguardo a metà tra il costernato e il divertito e commentare increduli quel mondo di ricchi da pazzi a cui, presumibilmente, non avrete avremo mai davvero accesso.

E vissero tutti felici e contenti.
Finché non entrarono nel negozio di lusso adiacente.

Claudio Calzi
cla9431@hotmail.it
Caustico più della soda, ma molto meno sodo del celeberrimo uovo. Sul mio conto si possono annoverare numerose qualità; ma mi definirei soprattutto magnetico: nel senso come attraggo io le sventure, nessuno mai. 16 anni (compiuti numerose volte) e residente in uno sperdutissimo paesino a sud della Lombardia, posso vantare una laurea in Scienze e Tecniche Psicologiche. Ma non temete: ad oggi non si è rivelata utile nemmeno ad alleviare le mie stesse pene. Mi occupo di moda e spettacolo, perché ad una fluente chioma castana mi fa da contraltare uno spirito molto biondo.

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