Leonarda Cianciulli nacque a Montella, in provincia di Avellino, nel 1894. 
Sposata e con quattro figli, nel 1930 si era trasferita al nord a causa del disastroso terremoto che aveva da poco colpito l’Irpinia. Dopo alcune peregrinazioni, la famiglia si stabilì a Correggio, in provincia di Reggio Emilia, dove Leonarda dovette subito rimboccarsi le maniche: il marito, fedifrago impenitente, aveva infatti alzato i tacchi poco tempo dopo l’ultimo trasloco. La donna cercò quindi di rifarsi una vita, e raggiunse una discreta posizione sociale commerciando abiti usati e, soprattutto, millantandosi maga: affermava, senza mezzi termini, di poter leggere il futuro e levare il malocchio.

L’efferata realtà

Grazie ai suoi modi decisi ed accattivanti, riusciva ad affascinare chiunque, arrivando ad esercitare un vero e proprio controllo su chi la circondava. Consapevole di questo, tra il 1939 e il 1940, Leonarda ideò uno spietato piano criminale: lusingò, una dopo l’altra, tre diverse donne abbienti e sole, promettendo loro un nuovo amore ed una nuova vita lontano dalla cittadina emiliana. In cambio si faceva firmare una specie di procura, grazie alla quale rivendeva i beni che le donne non volevano (o potevano) portare con sé. Come raccontato nelle successive deposizioni, dopo aver messo a proprio agio le ospiti offrendo loro tè e pasticcini, le colpiva in testa con un martello: in pochi minuti sezionava le vittime con un’accetta e le scioglieva in un pentolone contenente acqua bollente e soda caustica, ricavandone saponette (che regalava al vicinato).

Le vittime della Cianciulli

La corte, secondo la leggenda, non credette alle sue parole (si pensava infatti che Leonarda avesse avuto un complice, magari il figlio Giuseppe, che di tanto in tanto tornava ad abitare da lei), e la “sfidò” a provare il vero: pare che, accompagnata in obitorio, impiegasse non più di dieci minuti a smembrare un cadavere. Ad ogni modo, per scongiurare ogni dubbio, scriveva ed inviava rassicuranti cartoline ai parenti delle vittime, imbucandole ogni volta da una diversa località del nord.

Ma cosa la spingeva a farlo?

La Cianciulli salì sul banco degli imputati soltanto nel 1946, dopo essere stata arrestata nel novembre del 1940: una nipote dell’ultima vittima, ex cantante lirica di un certo successo, per niente convinta dalla falsa lettera d’addio, aveva denunciato il fatto alla polizia; ci volle poco per far luce, ma il processo venne rinviato a causa della guerra. Leonarda fu quindi sottoposta a perizia psichiatrica, e in un primo momento venne dichiarata affetta da psicosi isterica e totalmente inferma di mente. In secondo grado fu bollata semi-inferma di mente, e condannata a trent’anni (preceduti da tre anni di ricovero in una casa di cura). Dopo alcuni interrogatori si scoprì come la donna nutrisse un amore ossessivo verso i quattro figli, gli unici sopravvissuti alle sue diciassette gravidanze; il terrore di vederseli strappare via dalla guerra doveva averle causato un vero e proprio “corto circuito” mentale. Suggestionabile sin da bambina, era cresciuta in un ambiente estremamente oscurantista, che mescolava religiosità retriva a pratiche magiche, e si recava spesso da chiaroveggenti e fattucchiere. Pare che un giorno sua madre, anch’essa in possesso di poteri divinatori, le avesse predetto un futuro pieno di sciagure: avrebbe avuto sì dei figli, ma li avrebbe visti morire tutti. La superstizione, di cui era intrisa la sua arcaica mentalità, aveva deformato a tal punto la sua visione della realtà da impedirle di distinguerle il bene dal male: affermò infatti di ricevere frequentemente in sogno la visita di una Madonna nera, che le chiedeva sangue “di innocenti” in cambio di quello dei suoi figli. Nelle sue memorie scriverà di non aver ucciso: “per odio o avidità, ma solo per amore di madre”.

Morì nel 1970, nel manicomio di Pozzuoli.

Marcello Bellini
marcomarcellobellini@libero.it
Nato nell'anno della rivolta di Timișoara, laureato in lettere moderne e filologia, mi piacciono Derrick, il televideo, Leland Palmer coi capelli bianchi, Sirmione, le capriole di Martins e la scucchia di Carlo V. Da grande vorrei essere come Steve Jobs: morto.

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