Nel 1938, a Monaco di Baviera, venne firmato l’accordo che sanciva l’annessione di alcuni territori dell’allora Cecoslovacchia alla Germania nazista. I firmatari di quello che passò alla Storia come il fallimento dell’appeasment furono i capi di stato di Germania, Regno Unito, Francia e Italia. Arthur Neville Chamberlain, primo ministro britannico, rientrò vittorioso e acclamato dalla riunione, ma nonostante questo nel 1940 l’evidente errore diplomatico inglese divenne palese e quando la Germania invase la Norvegia, il parlamento chiese le dimissioni di Chamberlain, che lasciò successivamente l’incarico a favore di Winston Churchill. Osteggiato da membri del suo partito e visto non di buon occhio da Giorgio VI, Churchill attraversò l’ora più buia decidendo infine di contrastare il terzo Reich e i suoi alleati. Darkest Hour, L’ora più buia, parte da qui, dal Maggio 1940 e ci porta dritto nelle stanze del potere che hanno cambiato le sorti della seconda guerra mondiale.

Joe Wright è un regista che ama mostrare quello che sa fare, ma definirlo narcisista sarebbe ingiusto. È un’esteta, certo, adora i piani sequenza e le inquadrature particolari che richiamano i dipinti classici, ma non è uno sprovveduto e conosce il suo mestiere. Anna Karenina, Orgoglio e pregiudizio, Espiazione, sembrano ora punti nel tempo necessari per giungere qui, a L’ora più buia. E non si può esimersi dal riconoscere una regia pulita, autoriale, capace di enfatizzare e di catturare gesti e sguardi in quello che è, fondamentalmente, un film di parole e suoni. Sono questi gli elementi principali, ricercati, messi in mostra, protagonisti tanto quanto gli attori. Le parole di Churchill, gli storici discorsi di cui vediamo a tratti la creazione, nella quotidianità di un uomo conscio delle responsabilità gravose che lo attendono, sono trait d’union di situazioni, scelte, emozioni e contrasti. In un mondo in guerra dove, senza vedere battaglie e soldati, si percepisce perfettamente il pericolo che incombe.

Ed è per tutto questo che la visione in lingua originale è decisamente consigliata. Perché se è vero che la sceneggiatura di Anthony McCarten fa bene il suo lavoro, è altrettanto vero che quel lavoro è, per la maggiore, sulla spalle di un enorme Gary Oldman. L’attore inglese, magnificamente truccato da Kazuhiro Tsuji, è sublime: i suoi movimenti, i borbottii, la parlata tranquilla, carica, adirata o scossa dalla tosse, ogni elemento della sua caratterizzazione è tassello di un’interpretazione incredibile. Con accanto un cast all’altezza del ruolo, da Kristin Scott Thomas a Lily James fino al bravissimo Stephen Dillane. L’ora più buia getta lo spettatore nelle ansiogene settimane dell’incertezza non senza, però, qualche passo falso. La retorica, probabilmente troppo nazionalista, si fa sentire e si fatica a discernere la rappresentazione di quella storica, della pace a ogni costo, da quella insita in una sceneggiatura che a volte cerca solo di intrattenere, a scapito della realtà documentata. Senza contare che pur non essendo un biopic ogni cosa giri intorno a Churchill, con buona pace delle caratterizzazioni di altri personaggi. Difetti prevedibili, che non minano la godibilità e l’intrattenimento. Un intrattenimento che rinforza, se mai ce ne fosse bisogno, l’icona dell’uomo che ha dato una scossa all’Europa soggiogata dalla svastica.

Manuel Leale
mleale@shakemymag.it
Figlio degli eighties, cinefilo compulsivo, sfogo la malata ossessione per la settima arte nei deliri ansiogeni dello scrittore. Critico, sceneggiatore, turista per caso, indosso con godereccia soddisfazione la maschera del cinico misantropo, maschera che cade con imbarazzante facilità. Vado matto per l’espressione “Cowabonga!”, peccato non la si possa usare con tanta frequenza. Se non sono in una sala buia davanti a un grande schermo, potete trovarmi in viaggio nel tempo e nello spazio a bordo di una cabina blu.

Lascia un commento