Le varie maison sembrano aver dichiarato guerra ai molteplici account Instagram che si prodigano di informare circa i brand indossati dalle star nelle loro uscite pubbliche. Come? Niente di più semplice di affiggere, a caratteri cubitali, il proprio logo su capi d’abbigliamento e accessori.

In questi tempi di incertezza pervasiva, che almeno la moda contribuisca a fugare ogni dubbio. Mentre case di moda come, ad esempio, Céline e Loewe continuano a fare del minimalismo un cardine della propria identità di brand, con linee semplici ma al tempo stesso singolari, tonalità cromatiche tenui che farebbero la gioia delle varie homeblogger scandinave che popolano Pinterest; altre maison, quest’anno in particolare, hanno ritenuto necessario comunicare esplicitamente la propria identità.

Ad esempio, di fronte a questo esemplare di essere umano femminile un tempo avreste potuto domandarvi: “È appena evasa di prigione? Fa la comparsa in Orange is the New Black?”, arrovellandovi per ore circa il destino di questa sconosciuta. Oggi, signore e signori – da leggersi col tono vivace di Chef Tony quando presenta il suo set di coltelli (LA CUI OFFERTA SCADE OGGI DA ALMENO 15 ANNI) – potremo dichiararci sollevati da questa annosa questione: Prada ha ben pensato di reclamare il dominio di questo (discutibile) capo d’abbigliamento.

Ma Prada non è di certo l’unico brand ad aver adottato tale strategia nell’ultima stagione. Valentino, ad esempio, ha disseminato capispalla, t-shirt, borse e altri accessori del littering “VLTN”. Probabilmente stampare “Valentino” per intero avrebbe comportato una spesa di fronte alla quale i contabili dell’azienda sarebbero sbiancati, pertanto si è deciso di risparmiare sulle vocali. Un po’ come quando si mandano gli arei con i messaggi di incoraggiamento ai concorrenti del Grande Fratello, insomma. Sì, vado particolarmente orgoglioso di questo riferimento culturale di spessore.

Dolce e Gabbana, dal canto loro, non nascondono questa tendenza all’ego-riferimento da decenni: ricordo ancora quando, a 12 anni, sfoggiavo – tronfio d’orgoglio – la mia cintura con fibbia D&G. Inequivocabile. Da lì alle mutande con l’elastico disseminato di D e di G il passo è stato brevissimo. Dell’ordine di una manciata di ore, per l’esattezza.

Sopra, ad esempio, una maglia di fronte alla quale sorge immediatamente un sospetto che toglie il sonno e pervade d’inquietudine: che sia forse di Gucci? Mistero.

Anche Karl Lagerfeld e Silvia Venturini Fendi, per l’omonima maison, hanno propeso per l’adattamento a questa tendenza, mutuando addirittura il font da un altro brand – Fila – in una combo che definirei addirittura mindblowing.

Io naturalmente non posso essere che pazzo di gioia per questa tendenza. Il motivo è semplice: se spendo cifre astronomiche per capo di lusso è giusto che la gente lo sappia. Del resto, non ho più il tempo di navigare nei meandri del web per scoprire cosa indossi Kendall Jenner nel momento in cui varca le soglie della sua dimora californiana: ormai ho degli impegni e delle responsabilità, quali ad esempio infilzare di spilli una bambola voodoo con le sembianze di Milly Carlucci.

Claudio Calzi
cla9431@hotmail.it
Caustico più della soda, ma molto meno sodo del celeberrimo uovo. Sul mio conto si possono annoverare numerose qualità; ma mi definirei soprattutto magnetico: nel senso come attraggo io le sventure, nessuno mai. 16 anni (compiuti numerose volte) e residente in uno sperdutissimo paesino a sud della Lombardia, posso vantare una laurea in Scienze e Tecniche Psicologiche. Ma non temete: ad oggi non si è rivelata utile nemmeno ad alleviare le mie stesse pene. Mi occupo di moda e spettacolo, perché ad una fluente chioma castana mi fa da contraltare uno spirito molto biondo.

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