Approssimativamente 11 anni di studi, una maturità scientifica ed il conseguimento di una Laurea triennale (utile prevalentemente ad adornare una delle quattro pareti della mia camera da letto), mi hanno concesso di maturare la consapevolezza di come il Natale altro non sia che l’espediente impiegato dall’inverno per non farsi detestare completamente. Ma una volta raggiunto questa consapevolezza, ecco squarciato il velo di Maya: l’inverno non ha proprio un bel niente per cui gioire.

Al di là del fatto che ci siano concesse 10 ore scarse di luce naturale, il vero nemico è uno soltanto: il freddo. Quel freddo artico che penetra nelle ossa, quel freddo che mina qualsiasi voglia di affrontare la civiltà oltre le quattro mura domestiche, o, meglio ancora, oltre il raggio d’azione della stufetta elettrica; quel freddo che – con tutta il buon gusto di cui si possa disporre – rende impossibile il vestirsi in modo idoneo ad affrontare il contesto sociale. Perché sì, l’esperienza mi ha condotto a toccare con mano come quella del cappotto sia una vera e propria truffa.

Il cappotto è il capospalla che si agogna sin dal 15 di agosto. Quel capo di abbigliamento che, mentre grondi sudore addirittura dalle sopracciglia, ti induce ad esclamare a gran voce “ah! Quanto vorrei fosse già inverno per indossare quel meraviglioso cappotto color cammello che l’anno scorso ho messo solo un paio di volte!”
Eh.

Chissà come mai le opportunità per sfruttare tale acquisto sono state così esigue?

La verità è presto detta: il cappotto non scalda. Non fatevi ingannare da Max Mara, il cappotto è infame: non lo puoi indossare nella mezza stagione, perché altrimenti verresti deriso dalla qualunque; ma allo stesso tempo quelle autunnali sono le temperature più adeguate per estrarre il malefico dall’armadio.
In buona sostanza, l’inverno impedisce anche la più remota possibilità di coniugare in un unico capo d’abbigliamento una parvenza di eleganza al non buscarsi una broncopolmonite un giorno sì e l’altro pure.
E, dal momento che – ahinoi – non ci troviamo calati nella Russia ottocentesca che i vari Tolstoj e Dostoevskij ci hanno fatto sognare, e quindi non tutti possono permettersi di aggirarsi con disinvoltura avvolti in una morbida pelliccia di zibellino (o, forse, il motivo per cui questo ci è impedito è da ricondursi all’epidemia di animalisti, vegani e altri disturbi psichiatrici deambulanti che popolano le nostre città); l’unica soluzione per non rischiare di incappare nella morte per assideramento è quella di avvolgersi nell’asettico tessuto tecnico del piumino.
Ma è ancora socialmente accettabile indossare un piumino?
O meglio, è mai esistita un’epoca in cui non fosse universalmente considerato discutibile indossare un piumino?
Del resto, di Omino Michelin ne basta uno. Contestualmente, una qualche norma sociale non scritta mi impedisce di abbigliarmi come un moderno Aleksej Kirillovič Vronskij.

Ma, se queste sono le condizioni, le soluzioni che si profilano all’orizzonte sono due:

1. Trasferirsi su un atollo nell’Oceano Indiano
2. (Data per assodata l’impraticabilità della prima per, almeno, il 95% dei lettori) Rinchiudersi in casa, avvolti in un morbido plaid, accostati ad approssimativamente 7 centimetri dal termosifone, sorseggiando una cioccolata incandescente.

Dobbiamo dunque ringraziare l’inverno per costringerci al ritiro sociale?

Dobbiamo forse rendergli grazie per quella gradevole sensazione di morte istantanea ogniqualvolta si sia costretti ad aprire una finestra?

Dobbiamo essergli grati per le inaccettabili quantità di danaro che siamo costretti ad investire in analgesici; quando potremmo spenderli in beni di prima necessità, ovvero pelletteria di vario genere ed orologi di lusso?

Ora ci è finalmente chiaro il motivo per cui in Game Of Thrones l’inverno fosse così tanto temuto: l’invasione dei piumini era sempre più prossima!

Claudio Calzi
cla9431@hotmail.it
Caustico più della soda, ma molto meno sodo del celeberrimo uovo. Sul mio conto si possono annoverare numerose qualità; ma mi definirei soprattutto magnetico: nel senso come attraggo io le sventure, nessuno mai. 16 anni (compiuti numerose volte) e residente in uno sperdutissimo paesino a sud della Lombardia, posso vantare una laurea in Scienze e Tecniche Psicologiche. Ma non temete: ad oggi non si è rivelata utile nemmeno ad alleviare le mie stesse pene. Mi occupo di moda e spettacolo, perché ad una fluente chioma castana mi fa da contraltare uno spirito molto biondo.

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