Le festività natalizie, che con l’inizio di dicembre sono ormai alle porte, offrono ottimi spunti per rilassarsi con qualche gita culturale. Dando una rapida occhiata al calendario balza all’occhio la moltitudine di mostre, aperture straordinarie ed eventi che mettono a dura prova gli eterni indecisi come il sottoscritto. Sicuramente è d’obbligo una tappa al Museo Diocesano di Milano che, oltre all’’Adorazione dei Magi di Veronese proveniente da Vicenza, ospita fino al 13 gennaio 2019 la monumentale tela raffigurante L’imperatrice Faustina visita Santa Caterina in carcere, firmata da Antonio Campi nel 1584. L’opera, impressionante per dimensioni e preziosità della pellicola pittorica,è stata recentemente restaurata ed è esposta al Diocesano prima della sua definitiva ricollocazione nella chiesa milanese di Santa Maria degli Angeli. Il dipinto rappresenta l’incontro tra Faustina, moglie dell’imperatore Massenzio, e Caterina d’Alessandria, che riesce a convertire al cristianesimo tutti i personaggi nonostante la sua incarcerazione. Il tema è perfettamente in linea con le esigenze riformistiche elaborate durante il Concilio di Trento qualche decennio prima e fortemente promosse nel contesto lombardo dall’arcivescovo Carlo Borromeo e, in seguito, dal cugino Federico. Ad Antonio Campi, quindi, il compito di tradurre in pittura il passo riportato nella Legenda Aurea, cercando di coniugare la tradizione, il rigore dottrinale e la sua raffinata sensibilità artistica.

A. Campi, L’imperatrice Faustina visita Santa Caterina in Carcere, 1584, Milano, Santa Maria degli Angeli – totale (foto www.chiostrisanteustorgio.it)

La conversione di Faustina

La scena è ambientata all’esterno, in una notte dove il chiarore della luna è velato dalla presenza delle nubi. A sinistra si riconosce Faustina, in compagnia del capitano Porfirio e della servitù, che si sta dirigendo verso il carcere dove è segregata Caterina. La Santa è raffigurata in estasi, con lo sguardo rivolto al cielo e alla luce abbacinante che preannunciala conversione degli astanti. La semplicità dell’episodio narrato è ribaltata dalle sofisticate soluzioni tecniche adottate dal maestro cremonese, sin dalla studiatissima regia luministica che impreziosisce la tela, trafiggendola con bagliori provenienti da ogni parte. I personaggi, inoltre, sfoggiano una gestualità teatrale, abbandonandosi ad atteggiamenti spontanei come il servo che si ripara il volto con le mani o il bambino incuriosito, che sbircia quanto avviene nella cella arrampicandosi alle sbarre. Uno spaccato di quotidianità in cui si sviluppa una scena miracolosa, un filo rosso che lega la tradizione pittorica lombarda e che la distingue dalle altre scuole regionali.

Raffaello, La liberazione di San Pietro, 1513-1514, Vaticano, Stanza di Eliodoro (foto www.artribune.com).

Un precedente caravaggesco

La presenza di diverse fonti luminose, dalla fiaccola al nucleo incandescente che avvolge lo Spirito Santo, non può non rievocare la Liberazione di San Pietro, affrescata da Raffello nella Stanza di Eliodoro in Vaticano, e le soluzioni caravaggesche adottate a partire dal ciclo di San Luigi Dei Francesi a Roma. È evidente,infatti, che in questa tela come in altre opere eseguite tra gli anni ’60 e ’80 del Cinquecento, Antonio stia suggerendo al giovane Caravaggio un linguaggio nuovo, concreto, dove le forme si plasmano sotto i colpi della luce e il vero prende il posto della gelida idealizzazione. È difficile trovare le parole giuste per descrivere lo squarcio di cielo che il restauro ha restituito ai nostri occhi. Pur non volendo cadere nella banalità e lungi da qualsiasi forma accademismo, penso che solo il piccolo passo di Roberto Longhi, in chiusura di Officina Ferrarese, possa restituire con la giusta misura le emozioni del chiarore della luna, “dove l’arias’abbuia appena”.

Alessandro Bonci
bonci.fai@gmail.com
Nasco a Cremona nel giugno '89, ma sono bresciano d’adozione. Mi sono laureato in Storia e critica dell’arte a Milano, pallavolista finché il fisico regge, ho sviluppato una dipendenza patologica nei confronti della pittura del Cinquecento italiano e del buon vino, preferibilmente bollicine. Non sopporto chi si giustifica costantemente, amo la gente che sorride.

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