Leonardo Viola ha ventitré anni, originario di Castel Goffredo, vive da cinque anni a Milano dove studia Ingegneria Biomedica e lavora in un laboratorio del Politecnico sviluppando tecnologie per la disabilità. Il suo più grande hobby è la musica, in particolare la chitarra che suona da sempre. Poi c’è la scrittura e il suo primo libro “Biancaluna. Silfidi e lenzuola blu cobalto”. Amante del cantautorato per l’intimità delle sue parole, Leonardo solitamente viaggia a piedi con un grosso zaino e pochi amici, quelli giusti; adora la montagna per il senso di piccolezza che dà ed è fautore del senso di libertà e fatica, che ogni tanto sembrano lasciati da parte.

Cosa significa per te poesia?

È una domanda difficile, posso solo dire quello che penso sia alla mia età. La prima cosa che mi viene in mente è ricerca. Ricerca di sé stessi in un viaggio di introspezione.

Poesia è un modo per guardare sotto la nostra coperta e vedere sì, la nostra polvere, ma anche tutti i diamanti che abbiamo, e teniamo nascosti.

Poesia è ricerca di qualcuno, che se n’è andato o che arriverà. Forse fra dieci anni avrò risposte più certe, per ora la poesia è un mezzo per esprimere qualcosa, come dicono gli Stones: “I was young, I was angry”.

Perché scrivi?

È un modo di vedere le cose. Ho iniziato partendo da una frase del mio film preferito, Big Fish – storie di una vita incredibile:

“Diventa difficile distinguere fra realtà e fantasia, ma è davvero necessario farlo?”

E la risposta che mi son dato è no.
Perché la fantasia è un po’ come una sfumatura, ti dà la possibilità di rielaborare la realtà e ridipingerla e quando hai la fortuna di capire che non è tutto bianco o nero allora forse parte da qui il bisogno di scrivere. Se il mio sfogo può staccar le persone dalla realtà e per un minuto non farle invecchiare, perché non dovrei farlo? Parlo di fortuna per arrivare alla sfumatura, perché sì, io sono stato fortunato: la musica e tutto il mio bagaglio mi hanno portato a comprendere la sfumatura come unica via di fuga.

Quando è nata la passione per la scrittura?

È sempre stata in cantiere, ho sempre lavorato su questa cosa senza saperlo, poi in questa branca di espressione ho trovato la giusta strada per trasportare all’esterno di me la mia visione delle cose.

Ti ispiri a qualcuno?

Citerei Prévert, poi Stendhal per la sua attenzione alle anime sensibili e sicuramente De André. Direi anche Vasco Brondi: i suoi libri mi hanno tolto il fiato.

Scegli due parole per descrivere il tuo modo di scrivere.

La prima è istinto: la scrittura deve essere reale, deve essere qualcosa che viene dallo stomaco che batte e pulsa. Deve essere una carezza e poi anche un gancio mancino, di quelli dei migliori pugili.
La seconda è natura perché penso sia indivisibile il rapporto uomo-natura. In quello che scrivo spesso tornano i boschi, i monti e il mare.

Le poesie di Leonardo

La poesia che segue è una lettera dal titolo Porti e tratta dell’inizio di una storia. Un inizio che è un fuoco d’artificio nel buio, che ti ribalta, ti toglie la sedia quando ti stai sedendo, che ti lascia in mezzo alla strada nudo e tu non vorresti essere in alcun altro posto nel mondo.

Porti

È come mi sono sempre bruciato, come le stazioni di sosta in America nei film dove c’è un juke box e dopo l’arrivo di qualche disperato in moto esplode tutto.
Nessuno mai mi ha arginato, nessuno mi ha detto della presenza di uscite d’emergenza. Mi son sempre schiantato.
Ho sempre voluto salpare per mari troppo grandi dove non capisci se la linea piatta dell’orizzonte sia disturbante o ispiri tranquillità.
Il richiamo urlato dell’oltreoceano e i sussurri dei miei piedi che chiedono pietà.
E mentre correvo, tendevo mani sperando che qualcuno saltasse davvero sulla mia nave fatiscente.
Nessuno mi ha mai fermato. Alcuni cercavano di afferrarmi, e più provavano più scivolavo loro fra le dita.
E la mia testa vagava su posti che alternavano il profumo delle pasticcerie al profumo dei bagni delle discoteche il sabato notte.
E poi mi hai messo paletti.
Ma non erano limitanti, era solo un piccolo contenimento.
Guarda le vecchie staccionate pitturate di vernice bianca.
Quelle che vedi nei film e non trovi mai, e ti chiedi se esistano davvero e magari ci vedi anche il mare.
Sai cosa è?!
E poi mi hai detto Corri qui dentro e vai lontano. Magari torna ogni tanto a salutare con i biglietti obliterati dei viaggi, che hai tenuto giorni nelle tasche dei jeans. Quelle vecchie carte che finiscono sui fondi degli zaini e quando le trovi sorridi a pensare a quanta strada hai fatto da quando le hai raccolte. Quando torni portami un po’ di the che hai coltivato in India, sai quanto mi piace.
E non preoccuparti. A volte scavalca, fai dei bagni, saluta le murene sui fondali. Nuota come se non dovessi tornar a casa e poi torna.
E magari ci troveremo qui, tra vent’anni, quando ritroveremo i nostri numeri telefonici nei pacchi di lettere scritte di getto con i singhiozzi, all’epoca degli abbracci e delle constatazioni amichevoli, chiusi con lo spago nei cassetti di case che ricompreremo, forse.
Parleremo ancora di Capri, nel caso in cui i cinesi non saranno arrivati anche lì.
Parleremo di quanto non sia fondamentale il ghiaccio nei bicchieri di amaro e dei nostri matrimoni finiti male perché ci siamo fermati in musei a guardare quadri sconosciuti e ci hanno lasciati lì.
Parleremo delle luci soffuse delle vecchie trattorie di campagna di notte e della nostalgia della pianura padana. Non so chi diventeremo. Non so se la vecchia staccionata ci sarà ancora fra trent’anni. Metto i tempi perché ho paura dell’eternità.
 Non so se farai ancora tutte quelle stupide gesticolazioni con le mani che insieme ai tuoi occhi azzurri hanno un effetto turbolento sulla mia testa come l’MDMA ai concerti techno.
Chissà se rideremo ancora degli amici saliti a Milano per la discoteca fermati a causa dell’alcol.
Lo sai tu se questo disperdersi per il mondo non ci disintegrerà?
De André dice che il vento raccoglierà i nostri pezzi, ma tu lo ascolti da troppo poco. E chissà che cazzo fa tutto il giorno la gente che vive ad Ascoli Piceno.
Li vedrò ancora gli amici andati a vivere a Parigi per scappare dai paesini di 3mx3m?
Chissà chi abiterà nei nostri monolocali che sono stati per noi un’altalena fra ospedali psichiatrici, of cine e isolanti ermetici per notti perfette lontane dai wroom e i vrap e le corse della frenesia? Chi cazzo ci abiterà? Lo saprà lui che qui dentro io mi sono salvato e mi sono demolito e che non deve dare troppa confidenza al divano perché lì ci abbiamo fatto l’amore? Magari per fargli capire scrivo due righe che son poche e le metto in freezer con un po’ di ragù di mia nonna che dovrebbe durare per sempre, a meno che non saltino in simultanea le centrali elettriche e i parafanghi della tua macchina che abbiamo lasciato di corsa contro i marciapiedi a bordo strada per salire da me, che era già tardi e tu devi sempre rincasare.

La seconda poesia che vorrei farvi leggere è più recente, anche più simpatica. C’è dentro speranza, molta.

Caldo spirito

“Forza, su non far quella faccia
pensa a quanto rideremo,
se mai torneremo”
Non ti dissi e lo pensai
l’ultima volta che passai le mie falangi,
sulle efelidi che ancora non coronavano il tuo viso.
La nostra Estate non era ancora arrivata.
Non lo dissi, lo sai.
Non parlai per giorni,
questo non so se tu lo sappia.
E passarono i mesi,
e le mie parole rimasero intrappolate nell’era glaciale
che il mio cuore espanse
dalla vena safena a tutte le mie trachee.
Sei chilometri in pieno bosco.
E gli arrivederci,
e la poppa della tua bicicletta verso il Nord
e non io a far il marinaio,
e non la tua schiena protetta dal mio petto.
Tende l’auracaria,
le sue spine alle culle di Ercole, dove si piange l’apatia.
Ridatemi le sigarette sotto il pergolato,
e le corse delicate,
così fini da non rompere nemmeno le Magnolie.
E i discorsi sul passato
li lasceremo seccarsi sul parafango della mia di bicicletta
quando Nara allineerà le ciotole
per far cagliare il latte.
E con le gocce che rimarranno fuori dalle nostre labbra
per la veemenza dei nostri abbracci di bentornato
leniremo le screpolature di quando ci siamo strappati le pelli di colpo.
Ci riprenderemo sulle giumente,
nei campi incandescenti rosa-rosso delle felci,
e apriremo i recinti dei puledri,
e i casotti dove terremo il bucato
si riempiranno di galline che covano.
Faremo lo zabaione con due mani che sono una,
e poi ci sporcheremo.
Dio, se ci sporcheremo.

Beatrice Previtali
previtalibeatrice@gmail.com
Istintivamente rispettosa della verità e ammiratrice delle semplici virtù, fragile d’animo e sensibile all’amore. Nella vita credo fortemente nelle lacrime, apprezzo i sorrisi e inseguo il lieto fine. Scrivo per passione pensieri condivisibili dando voce a mente e cuore. Uso le parole per creare connessioni emotive con le persone, ovunque esse siano. Bergamasca, classe 1997.

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