Cosa rimane del Rinascimento, se togliamo le opere d’arte immortali, i poemi cavallereschi, la vita di corte e Leonardo da Vinci? Nonostante quel che si possa pensare, molto, moltissimo (e senza neppure trarre ispirazione dalle serie tv americane).
Rimangono gli intrighi politici, i papi viziosi, veneziani e ottomani che se le danno di santa ragione (quando non sono troppo impegnati in favorevoli scambi commerciali), i Medici, Cesare Borgia che vuole tutto per sé, Colombo che scopre l’America e Lutero che divide in due l’Europa. In mezzo a tutto questo, c’è anche Caterina Sforza.

Il primo matrimonio

Figlia di Galeazzo Maria, duca di Milano, e della moglie di un suo carissimo amico, Lucrezia Landriani, nacque nel 1463, probabilmente a Pavia; crebbe alla corte meneghina assieme a fratelli e fratellastri, trattati tutti con uguale affetto dalla moglie del signore, Bona di Savoia.
Nel ’73, a dieci anni, viene data in sposa a Girolamo Riario, che ne ha venti di più: il matrimonio, economicamente vantaggiosissimo (l’uomo è nipote di Sisto IV), verrà celebrato soltanto quattro anni dopo.
Raggiunta Roma nel 1477, fu subito stimata da tutta la corte pontificia per la bellezza, la cultura ed il senso dell’umorismo, molto spiccato e irriverente. Girolamo, intanto, venne nominato signore di Imola e Forlì.

Nell’84, alla morte del pontefice, tutto cambia: per paura di perdere i territori assegnati al marito, si barrica con alcuni soldati in Castel Sant’Angelo, fortezza papale, per discutere i termini dell’accordo col nuovo eletto. La sua resistenza, durata dodici giorni, è però inutile: l’ignavo sposo, radunati i bagagli, è già partito alla volta della Romagna.

Rocca di Ravaldino, Forlì

La coppia si trasferì dunque nella Rocca di Ravaldino, a Forlì: la Sforza fece adibire un’ala della fortezza ad abitazione signorile e la rinominò “Paradiso”.

L’episodio che la consacrò Leonessa di Romagna

Quattro anni dopo, a causa di un inatteso aumento delle tasse, Girolamo venne accoltellato a morte: lasciava alla moglie una città scontenta e sei figli da crescere. Nel frattempo, le famiglie rivali degli Orsi e degli Ordelaffi, che tramavano per spodestarla, conquistarono la città e le sottrassero i piccoli: arroccatasi (è proprio il caso di dirlo) a Ravaldino, la donna non si perse però d’animo.
Quando i nemici, sentendo la vittoria ormai in pugno, si avvicinarono ad una sua finestra minacciando di sterminarle la prole, Caterina salì sulle mura e (secondo le cronache del tempo), levatasi l’armatura e sollevate le sottane, mostrò il pube ai  rivoltosi dicendo di farlo tranquillamente, in quanto aveva ancora lo stampo per farne altri. Questi ultimi, sgomenti e terrorizzati, liberarono i giovani. Il successivo intervento dello zio, Ludovico il Moro, risolse la situazione.
Questo episodio le valse il nome di Leonessa di Romagna e Tygre di Forlivo, secondo il dispaccio di un ambasciatore veneziano.

In seguito s’innamorò di un giovane stalliere, Giacomo Feo, che sposò in gran segreto: nel 1495, però, venne ucciso in una congiura, probabilmente ordita da Ottaviano, figlio maggiore della contessa, che lo odiava.
L’anno seguente conobbe Giovanni de’ Medici, ambasciatore della Repubblica Fiorentina (instauratasi subito dopo la morte di Lorenzo il Magnifico), che divenne suo terzo marito e le diede il figlio più amato, Ludovico, poi passato alla storia come Giovanni dalle Bande Nere, leggendario capitano di ventura.
Nel ’98 anche l’ultimo compagno morì, probabilmente a causa di problemi renali, e nel ’99 il contado divenne obiettivo di Cesare Borgia, figlio di papa Alessandro VI, che intendeva crearsi uno stato personale nella ricchissima Romagna.
Entrato a Forlì il 19 dicembre del 1499, assediò la città per tre settimane, fin quando Caterina, soverchiata a livello numerico, fu catturata ed imprigionata: il duca Valentino (chiamato così in quanto signore del Valentinois, in Francia), che a quanto si dice era follemente innamorato di lei, la condusse quindi a Castel Sant’Angelo (ironia del destino), dove fu tenuta in custodia per un anno e mezzo.

Si pensa che Botticelli si sia ispirato a Caterina Sforza per realizzare il volto della dea delle bellezza in “Venere e Marte”

Nel 1501, finalmente liberata, si trasferiva a Firenze, ma senza più intenti bellicosi: desiderava soltanto dedicarsi al piccolo Ludovico, al cucito e alla cucina.

Nella città del giglio si spense a soli 46 anni, a causa della polmonite.

 

foto copertina: “La dama dei gelsomini” di Lorenzo di Credi, presunto ritratto di Caterina Sforza, 148183 (Pinacoteca Civica di Forlì)

Marcello Bellini
marcomarcellobellini@libero.it
Nato nell'anno della rivolta di Timișoara, laureato in lettere moderne e filologia, mi piacciono Derrick, il televideo, Leland Palmer coi capelli bianchi, Sirmione, le capriole di Martins e la scucchia di Carlo V. Da grande vorrei essere come Steve Jobs: morto.

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