Katowice, 31 agosto 2017. Il servizio out di Luca Vettori consegna al Belgio il pass per la semifinale europea contro la Russia. Un tre a zero secco, raramente in discussione, soprattutto nel secondo set in cui i ragazzi di Blengini si arrendono 11 a 25. Il team neerlandese è stato superiore in quasi tutti i reparti: 51% di attacco in confronto al 39% italiano, 14 muri a 4 e 10 errori punto rispetto ai 27 degli azzurri. Le pesanti assenze di Juantorena e di Zaytsev già durante la World League, conclusa all’ultimo posto, non lasciavano presagire nulla di buono per l’imminente futuro e così è stato. A breve distanza dalla rassegna continentale, la wild card ottenuta per la Grand Champions Cup giapponese (12-17 settembre) sembrava riservare agli azzurri lo stesso trattamento. Il team azzurro invece, ribaltando qualsiasi pronostico, si classifica al secondo posto, sconfiggendo addirittura il Brasile in formato olimpico, poi vincitore del torneo.

Senza nulla togliere all’ottimo cammino dell’Italia, apparsa rinfrancata e maggiormente determinata rispetto a qualche settimana prima, è opportuno segnalare come le altre nazionali ad eccezione del Brasile abbiano schierato prevalentemente nuovi giocatori, sacrificando il risultato finale con l’esperienza offerta ai propri atleti in funzione del naturale ricambio generazionale. Al di là dei risultati ottenuti è opportuno riflettere con obiettività sullo stato di salute della pallavolo italiana, rinunciando per una volta alle solite critiche prive di contenuto che compaiono sui vari social media. Una nazionale che vuole definirsi vincente non può e non deve affidarsi esclusivamente alle prestazioni di due giocatori ma all’apporto corale di atleti di primissimo livello. Il palleggiatore geniale o l’attaccante infermabile sono valori aggiunti che fanno la differenza solo se sostenuti dai propri compagni. Un esempio concreto può essere certamente la formazione maschile degli USA alle Olimpiadi di Pechino nel 2008. Ball, Santley, Gardner, Rooney, Priddy, Lee, Millar, Hoff, Lambourne: su dodici atleti nove di primissima fascia, una rosa che esaltava il talento cristallino di Ball e la potenza prorompete di Santley. Il risultato? Oro ai danni del Brasile, orfano di Ricardinho ma con a referto Murilo, Dante, Sergio e altri campioni, non proprio una squadretta da oratorio. L’Italia, invece, si è presentata in Polonia con Antonov e Mazzone titolari ma a digiuno da esperienze simili nel club, con Giannelli ispirato ma ancora 21enne e con la coppia Lanza – Vettori impreparata a raccogliere l’eredità degli illustri assenti. Ciò che appare evidente è la mancanza di progettualità da parte dei vertici federali, troppo impegnati nell’autocelebrazione e lontani anni luce dalle esigenze concrete del movimento.

La FIPAV deve tornare a lavorare seriamente sui giovani: è un ritornello sentito mille volte ma è l’unica strategia per vincere. I ragazzi atleticamente promettenti devono essere seguiti e formati per poter diventare una preziosa risorsa. Investire sui settori giovanili, curare la formazione dei tecnici e, soprattutto, avere pazienza: il ricambio generazionale non è mai semplice, non regala subito medaglie ma è fisiologico e necessita di una programmazione accurata. Non è possibile, infatti, che in 12 anni la nazionale femminile non abbia trovato alternative valide a Lo Bianco e Piccinini, bruciandosi ragazze ormai non più “sportivamente giovani” come Camera, Bechis, Barcellini e Fiorin.

Dai momenti difficili nasce sempre una reazione e la Grand Champions Cup maschile ne è stata una timida prova da esaltare senza dimenticare il lavoro in palestra, unico sistema per ritornare a calcare con regolarità il podio, anche sul gradino più alto.

Alessandro Bonci
bonci.fai@gmail.com
Nasco a Cremona nel giugno '89, ma sono bresciano d’adozione. Mi sono laureato in Storia e critica dell’arte a Milano, pallavolista finché il fisico regge, ho sviluppato una dipendenza patologica nei confronti della pittura del Cinquecento italiano e del buon vino, preferibilmente bollicine. Non sopporto chi si giustifica costantemente, amo la gente che sorride.

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