La decisione di Alberto Bonisoli, neo ministro dei beni culturali, di abolire l’obbligatorietà dell’ingresso gratuito nei musei e nelle aree archeologiche statali durante la prima domenica del mese ha risvegliato dal torpore estivo gli appassionati della cultura e, ahimè, i soliti ciarlatani dei social network. Pur non essendo un estimatore dell’iniziativa, introdotta da Franceschini nel 2014, ritengo particolarmente infelice l’uscita dell’ex direttore della NABA poiché ci sarebbero ben altre urgenze a cui prestare attenzione. La cronaca dei giorni scorsi ne è testimone: il crollo della copertura della chiesa di San Giuseppe dei falegnami a Roma è una delle tante immagini di una realtà ferita, trascurata e in balia della futile e pericolosa burocrazia italiana. Ma questa è un’altra storia che, parafrasando la celebre canzone dei Jalisse, meriterebbe “fiumi di parole”.

Pinacoteca di Brera, Milano

Le domeniche gratuite

Ritornando all’iniziativa domenicale, essa nasce sia per sensibilizzare la collettività alla fruizione del patrimonio culturale sia per compensare la miope riforma tariffaria dei complessi statali che, tra le varie modifiche, ha visto tramontare l’accesso gratuito per gli over 65. Se per i piccoli centri o per le realtà poco conosciute tali appuntamenti costituiscono un efficace strumento di promozione, i grandi musei come gli Uffizi si trasformano in stadi da calcio durante un derby. Code chilometriche all’ingresso e sale gremite, tra schiamazzi da mercato e selfie a volte inopportuni. Oltre a ciò non bisogna dimenticare che il sovraffollamento innaturale degli ambienti può creare problemi per la tutela delle opere, alterando il microclima e aumentando il rischio di urti. La gratuità domenicale non andrebbe abolita ma sicuramente rivista, istituendo un sistema di prenotazione per i musei più complessi, in modo da gestire con efficienza i flussi e garantire sicurezza e godibilità ai visitatori. È bello vedere che i luoghi di cultura stiano perdendo la nomea di ambienti polverosi in favore di un crescente entusiasmo ma non dimentichiamoci che stiamo parlando di pinacoteche, gallerie e siti archeologici, che hanno una natura e una finalità ben diverse da Gardaland et similia.

La gratuità della cultura

Del tutto esagerata è stata la reazione del pubblico in seguito all’intervento di Bonisoli. Sono iniziate le consuete e noiose lamentazioni, sproloquiando sui musei europei, Londra in primis. Forse sarebbe il caso che si guardasse in faccia la realtà. L’Italia ha un patrimonio nettamente superiore rispetto agli altri stati europei e l’enorme e vergognosa evasione fiscale che pesa sulle spalle dei cittadini di certo non agevola una politica museale simile a quella inglese. Quanti italiani visitano più di 10 volte in un anno un sito statale? E per quale ragione i 50 euro allo stadio si pagano senza battere ciglio mentre un biglietto di una galleria, il cui costo si aggira tra i 10 e i 20 euro senza contare le numerose agevolazioni già esistenti, viene considerato un eccesso? Una generalizzazione della gratuità culturale potrebbe comportare una progressiva banalizzazione dell’esperienza museale oltre a sminuire agli occhi dell’opinione pubblica l’importanza e il prestigio dei professionisti dei beni culturali. I musei hanno un valore enorme, nutrono lo spirito e aiutano a crescere. Contribuiscono a definire la nostra identità, parlano del nostro passato, ci raccontano storie emozionanti. Forse, guardandoli in quest’ottica, si comprenderebbe quanto il loro valore sia superiore al semplice biglietto d’ingresso.

Esterni della Galleria degli Uffizi, Firenze
Alessandro Bonci
bonci.fai@gmail.com
Nasco a Cremona nel giugno '89, ma sono bresciano d’adozione. Mi sono laureato in Storia e critica dell’arte a Milano, pallavolista finché il fisico regge, ho sviluppato una dipendenza patologica nei confronti della pittura del Cinquecento italiano e del buon vino, preferibilmente bollicine. Non sopporto chi si giustifica costantemente, amo la gente che sorride.

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