Il mondo del cinema ha ricevuto, ultimamente, diversi scossoni. Scandali sessuali, favoritismi, ricatti, non ci si è fatto mancare nulla. Notizia recente è che anche il piccolo schermo non si tira indietro quando c’è da spalare letame: Allison Mack, attrice conosciuta perlopiù grazie al serial Smallville, è stata incriminata con l’accusa di traffico sessuale. A quanto pare reclutava ragazze per Nxivm, organizzazione guidata dal guru Keith Raniere, dove venivano marchiate e utilizzate per scopi sessuali. Le indagini sono ancora in corso, ma tutto il preambolo contestualizza il film trattato in questo articolo: Holy Ghost People. Un film del 2013, basato su di un documentario del 1967, recensito nel 2018. E stiamo ancora parlando di sette. Solo io colgo la sottile e frizzante ironia?

Nel 1967, appunto, il documentarista Peter Adair dirige Holy Ghost People, documentario incentrato sulla vita di una comunità pentecostale della Virginia, negli States. Qui i fedeli appartenenti al gruppo potevano godere di guarigioni attraverso mezzi spirituali, manipolazione di serpenti velenosi, glossolalia e canti religiosi. Da tutto ciò Mitchell Altieri, sceneggiatore e regista di Lurking in Suburbia, prende spunto per il suo personale viaggio nella fede religiosa delle isolate comunità americane. Con Holy Ghost People, omonimo del documentario, Altieri tratteggia episodi, sfumature e ombre di una piccola chiesa pentecostale situata sui monti Appalachi, utilizzando tra l’altro anche brevi spezzoni del lavoro di Adair. Sembrerebbe un film che si gira da solo, unicamente da impacchettare pronto all’uso. Sembrerebbe, se non fosse scritto con lo stesso sguardo di chi osserva delle scimmie allo zoo. A tratti pare infatti che la narrazione sia generata dalle idee stereotipate che Altieri, nativo di Chicago, si è fatto di una delle zone economicamente più depresse degli States. Non ci è dato sapere se davvero si sia fermato alla visione del documentario, ma è palese che la trama sia costruita intorno agli elementi religiosi dell’Holy Ghost People del ’67: la giovane Charlotte, autolesionista diciannovenne preda dei sensi di colpa, ingaggia l’ex marine alcolizzato Wayne perché l’accompagni sugli Appalachi, alla Chiesa del Comune Accordo, in cerca della sorella che, prima di scomparire, le ha spedito una richiesta di aiuto.

Definirlo thriller psicologico è calzante e il potere seduttivo della fede assoluta, con la sua contrapposizione di pace e follia, è chiaramente percepibile nel lavoro di Altieri che riesce anche a inquietare in modo sottile. Si riescono a cogliere le due facce della medaglia religiosa, ma se il risultato doveva avvicinarsi a opere come La fuga di Martha o Sound of my voice, l’impresa è riuscita solo a metà. E la responsabilità è tutta della sceneggiatura, scritta probabilmente usando i commenti di trip advisor, non sempre in grado di dare un senso tangibile di minaccia, inganno e pericolosità. Ci lascia in balia degli eventi, si trascina per inerzia senza averci dato modo di approfondire i personaggi, se non attraverso i ricordi in flashback che paiono presi da vecchie VHS di recite da oratorio. Mancano spessore e coinvolgimento, nonostante i risvolti estremamente interessanti non solo di carattere antropologico e sociale, ma anche cinematografico.
Insomma, Holy Ghost People è intelligente ma non si applica. Altri film prima di lui hanno percorso, in modo migliore, la strada del fanatismo, della follia e della religione e basta l’immenso Christopher Lee di The Wicker Man a dimostrarlo. Un’occasione sprecata, cinematograficamente, per un’opera che non lascia il segno. Se non, forse, in un modo: rendendosi conto che realtà simili a quella descritta esistono, non solo negli States ma anche vicino a noi. E non nel 1967, neppure nel 2013. No, oggi, nel 2018. E questo è maledettamente inquietante.

Holy Ghost People

Anno: 2013

Durata: 1h 28m

Regia: Mitchell Altieri

Cast: Emma Greenwell, Joe Egender, Brendan McCarthy

Manuel Leale
mleale@shakemymag.it
Figlio degli eighties, cinefilo compulsivo, sfogo la malata ossessione per la settima arte nei deliri ansiogeni dello scrittore. Critico, sceneggiatore, turista per caso, indosso con godereccia soddisfazione la maschera del cinico misantropo, maschera che cade con imbarazzante facilità. Vado matto per l’espressione “Cowabonga!”, peccato non la si possa usare con tanta frequenza. Se non sono in una sala buia davanti a un grande schermo, potete trovarmi in viaggio nel tempo e nello spazio a bordo di una cabina blu.

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