Anche la scienza ha le sue (macabre) reliquie: nei musei scientifici di tutto il mondo si trovano reperti come cervelli, organi vari, scheletri, dita ed occhi. Alcuni hanno volontariamente donato il proprio corpo, mentre altri sono finiti loro malgrado sotto i riflettori. È questo lo strano destino toccato al cerebro di uno dei più popolari scienziati di tutti i tempi, Albert Einstein.

Ormai da secoli si cerca di svelare il segreto della genialità, cercando una qualche particolarità anatomica del cervello che possa essere ritenuta responsabile di straordinarie capacità: una corteccia più spessa, un corpo calloso pronunciato, un lobo parietale insolito. Molti medici, insomma, sperano che le preziose reliquie, opportunamente conservate, pesate e scansionate, possano rivelare indizi sull’eccezionale intelligenza dei loro (ex) proprietari.

 

Quella di esaminare il cervello del fisico tedesco, quindi, deve essere parsa un’occasione da non perdere: Premio Nobel e padre della Teoria della Relatività, Einstein lasciò la Germania (ormai “nazificata”) nel 1933, e si trasferì negli Stati Uniti. Pacifista, eccentrico e brillante, divenne in breve tempo immensamente popolare. Per evitare morbosi pellegrinaggi alla sua tomba, lo scienziato aveva disposto che i suoi resti venissero cremati e le ceneri disperse in un luogo segreto. Ma non andò esattamente così. Il 18 aprile del 1955 il settantaseienne Einstein morì al Princeton Hospital (New Jersey) per aneurisma cardiaco. Thomas Harvey, il patologo che nottetempo eseguì l’autopsia, rimosse il cervello senza averne l’autorizzazione. Hans, figlio di Albert, una volta venutone a conoscenza, non poté far altro che prenderne atto, chiedendo però che quel che rimaneva del padre venisse utilizzato per finalità scientifiche. Licenziato dall’ospedale per essersi rifiutato di restituire il “maltolto”, Harvey vide stroncata la propria carriera.

Ancora oggi non sappiamo cosa lo spinse a comportarsi in quel modo: potrebbe aver agito così su richiesta del suo vecchio insegnante, Harry Zimmerman, oppure essersi ispirato allo studio condotto dal neurologo Oskar Vogt sul cervello di Lenin; quel che è certo è che nei mesi successivi scattò un gran numero di fotografie all’insolito reperto, preparando numerosissimi vetrini (pare oltre 170) con “fettine” di materia cerebrale (oggi visibili al Mütter Museum di Philadelphia) e stipando tutto il resto in barattoli di vetro. Solo alla fine degli anni novanta, dopo un avventuroso viaggio in auto attraverso il paese in compagnia del giornalista Michael Paterniti, che ha raccontato la singolare avventura nel libro Driving mr. Albert, il cervello è tornato all’ospedale dove tutto è iniziato. Senza mai rivelare una virgola sulla straordinarietà di Einstein.

Marcello Bellini
marcomarcellobellini@libero.it
Nato nell'anno della rivolta di Timișoara, laureato in lettere moderne e filologia, mi piacciono Derrick, il televideo, Leland Palmer coi capelli bianchi, Sirmione, le capriole di Martins e la scucchia di Carlo V. Da grande vorrei essere come Steve Jobs: morto.

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