Jacopo della Quercia è uno dei tasselli imprescindibili per comprendere la ricca e sfaccettata situazione artistica italiana tra la fine del XIV e i primi decenni del XV secolo. Lo scultore senese, durante il proprio percorso formativo, frequenta il cantiere della cattedrale fiorentina di Santa Maria del Fiore che, intorno al 1391, si era concentrato sulla decorazione della Porta della Mandorla. Sono anni decisivi per il rinnovamento della cultura gotica, nel tentativo di riallacciare contatti più saldi con il mondo antico e di creare le premesse necessarie per l’imminente fioritura rinascimentale della cittadina gigliata. Jacopo si concede a quel clima raffinato: la sua produzione, difficilmente inquadrabile in termini rigidi, è un continuo compromesso tra suggestioni tardogotiche e riletture rinascimentali.

Il Monumento funebre a Ilaria del Carretto e i rilievi senesi

Il Monumento funebre a Ilaria del Carretto, scolpito tra il 1406 e il 1407 e conservato nella sagrestia della cattedrale di Lucca, è, senza dubbio, il capolavoro del maestro senese. L’opera fu commissionata da Paolo Guinigi in memoria della seconda moglie, morta di parto nel 1405. La struggente bellezza lascia impietriti i visitatori: le palpebre abbassate, le labbra morbide e la luce che scivola radente sulle gote impediscono a chiunque di distogliere lo sguardo. Il corpo di Ilaria disegna un’ampia ellissi, sostenuta dal leggerissimo ed elegante panneggio della veste. Il gusto del dettaglio si coglie nel copricapo decorato a rosette, nelle nappe del cuscino, di cui è restituita la consistenza materica, e nelle zampe del cagnolino, posto ai piedi della donna come simbolo di fedeltà coniugale. Tali soluzioni dimostrano, in Jacopo, il perdurare dell’amore per le trame cortesi e per le vesti svolazzanti dipinte dal conterraneo Simone Martini. Il catafalco sottostante, però, si discosta nettamente dalla tradizione tardogotica: una teoria di putti paffuti e vivaci, che reggono pesanti festoni, si dispiega lungo i quattro lati del sarcofago, evidenziando il precocissimo orientamento umanistico dello scultore. Jacopo mostra la sua seconda anima, rimanendo sempre in bilico tra il gusto “internazionale”, ancora ampiamente in voga, e le novità rinascimentali. L’alternanza dei due mondi figurativi si ritrova chiaramente anche nei rilievi della Fonte Gaia in piazza del Campo a Siena, eseguiti tra il 1409 e il 1419. La rovinatissima Sapienza, per esempio, segna una brusca impennata classicista nella sintassi dell’autore tale da poter confondere la scultura con un originale romano di età imperiale.

Monumento funebere a Ilaria del Carretto, 1406-1407, Lucca, San Martino, particolare

Espressività bolognese

Un’insolita ricerca espressiva caratterizza l’ultima produzione dell’artista, come traspare dalla decorazione della Porta Magna della basilica di San Petronio a Bologna, eseguita tra il 1425 e il 1434. Nei rilievi, raffiguranti episodi dell’Antico Testamento, Jacopo leviga finemente le superfici, rifacendosi al celebre “stiacciato” di Donatello. Nella Creazione di Adamo, tra i rimandi cortesi dei panneggi di Dio Padre, e la squisita attenzione umanistica per la figura umana, si fa strada una concreta declinazione espressiva dei personaggi, molto evidente nella contorsione anatomica di Adamo. Le figure sembrano essere pervase da un’energia incontenibile che impedisce loro di acquietarsi nello spazio architettonico in cui sono inseriti. Un dinamismo in potenza, la cui portata innovativa sarà compresa solamente a fine secolo dal genio di Michelangelo, durante il suo soggiorno nel capoluogo emiliano.

Creazione di Adamo, 1425-1438, Bologna, Basilica di San Petronio
Alessandro Bonci
bonci.fai@gmail.com
Nasco a Cremona nel giugno '89, ma sono bresciano d’adozione. Mi sono laureato in Storia e critica dell’arte a Milano, pallavolista finché il fisico regge, ho sviluppato una dipendenza patologica nei confronti della pittura del Cinquecento italiano e del buon vino, preferibilmente bollicine. Non sopporto chi si giustifica costantemente, amo la gente che sorride.

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