Nella vita del Re Sole non fu tutto splendore, lustrini e scarsa igiene: il diario redatto dai medici personali nel corso della sua vita ne documenta vizi (l’amore per il rosolio), difetti (la calvizie totale) e problemini vari (tra cui una tenia inestirpabile che lo rendeva voracissimo e la cancrena alla gamba sinistra, che lo condurrà alla morte).

Il chirurgo di corte, Charles François Félix

Prima di quel fatidico primo settembre del 1715, però, Luigi XIV aveva già rischiato di morire, stavolta a causa di una fistola anale. Questo tipo di lesione, che mette ancora oggi a dura prova nervi e abilità dei chirurghi, veniva curata già prima di Cristo (vi sono testimonianze risalenti all’antica Grecia), ma quasi nessuno sopravviveva all’intervento. I medici di corte, consapevoli di questo, fecero il possibile e l’impossibile per evitarlo, ma gite alle terme, diete stringenti, pomate e unguenti non risolsero la situazione. Alla fine, gli insopportabili dolori, uniti ai rischi di infezione, imposero di ricorrere al chirurgo di corte, tale Charles François Félix.

Il medico, dal canto suo, non si era mai trovato di fronte ad una fistola, pertanto decise di fare pratica su posteriori molto meno “augusti”: nel circondario di Parigi vennero raccolti almeno trenta malcapitati affetti dalla stessa patologia, e su ognuno di essi Félix sperimentò una variante dell’intervento.

Più che un bisturi, sembra un attrezzo per le torture

 

Soltanto sei pazienti superarono indenni l’operazione, ma ciò fu sufficiente per  ideare uno speciale bisturi, detto “à la royale“, e di pianificare una tecnica di tagli e suture che garantiva buone possibilità di successo.

 

 

L’operazione reale

Alle prime luci dell’alba del 18 novembre 1686 il chirurgo si apprestò ad intervenire sul deretano assolutista. Il re, disposto prono sul letto, aiutato da un cuscino e un divaricatore, non emise un solo gemito: alla vista dei ferri del mestiere, a quanto pare, svenne. Tutto procedette per il meglio, comunque, tanto che venne convocato un consiglio dei ministri per la sera stessa.

La convalescenza durò fino a metà gennaio, quando il re poté finalmente riprendere le sue passeggiate nel giardino della reggia di Versailles. Félix fu letteralmente ricoperto d’oro e nominato conte di Tassy.

I giardini della splendida reggia di Versailles

Grand dieu sauve le roy!

La Francia, esultante, volle celebrare con messe e canti la ritrovata salute del monarca: in una di queste occasioni la direttrice del convento di Saint Cyr, un’orsolina col pallino del bel canto, scrisse un inno intitolato “Grand dieu sauve le roy“, musicato poi dal compositore di corte, il fiorentino Giovan Battista Lulli.  Ma non è finita qui: nel 1714, il grande Georg Friedrich Händel, che al tempo lavorava presso la corte inglese, ebbe modo di udire il canto; entusiasmato, rielaborò musica e testo fino a comporre “God save our gracious king“, mottetto che celebrava la salita al trono di re Giorgio I, trasformatosi col tempo in “God save the queen“, inno nazionale inglese.

In buona sostanza, il canto più tradizionalmente britannico è stato scritto da una suora e musicato da un italiano per festeggiare la ritrovata integrità delle chiappe di un re francese.

Marcello Bellini
marcomarcellobellini@libero.it
Nato nell'anno della rivolta di Timișoara, laureato in lettere moderne e filologia, mi piacciono Derrick, il televideo, Leland Palmer coi capelli bianchi, Sirmione, le capriole di Martins e la scucchia di Carlo V. Da grande vorrei essere come Steve Jobs: morto.

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