Mi ero promesso di scrivere di arte contemporanea o di qualche museo poco conosciuto, ma è stato impossibile resistere alla mostra milanese su Caravaggio, allestita a Palazzo Reale e in calendario fino al 28 gennaio 2018. Si tratta, con ogni probabilità, dell’evento più importante dedicato al Merisi dopo le celebrazioni del 2010, in occasione del quarto centenario della morte.

Le mostre di ieri e di oggi

Accostare Caravaggio a Palazzo Reale non può che rievocare l’esposizione del 1951 curata da Roberto Longhi: una rassegna eccezionale, sintesi di quarant’anni di studi sull’artista, dove si potevano ammirare capolavori come i dipinti romani della cappella Contarelli in San Luigi dei Francesi o della cappella Cerasi in Santa Maria del Popolo. La mostra attuale è stata concepita con diverse finalità rispetto a quella longhiana: la curatrice Rossella Vodret, in accordo con il comitato scientifico, vorrebbe evidenziare alcuni aspetti tecnici della pittura del Merisi e l’importanza della documentazione d’archivio, a tratti lacunosa, che registra la presenza del pittore a Roma solo dal 1596 e non dal 1592, come si è sempre sostenuto.

Napoli, Museo Nazionale di Capodimonte Caravaggio “La flagellazione di Cristo” (1607-1608)

Pregi e difetti della mostra

Per illustrare il progetto sono stati scelti 20 dipinti tra cui la Flagellazione, del Museo di Capodimonte di Napoli, la Madonna dei Pellegrini, proveniente dalla basilica di Sant’Agostino a Roma e, sempre dalla capitale, il Riposo durante la fuga in Egitto e la Maddalena penitente, della Galleria Doria Pamphilj. Gli aspetti tecnici della pittura caravaggesca sono illustrati con chiarezza sul retro dei pannelli espositivi attraverso didascalie e video, ma non si può affermare lo stesso per i documenti: la loro presenza, nonostante i numerosi rimandi con le opere esposte, è del tutto marginale poiché oscurata dall’indescrivibile potere magnetico emanato dalle tele del Merisi. Li si vede di sfuggita, frettolosamente, senza coglierne a sufficienza l’importanza e il ruolo decisivo nella ricostruzione della produzione caravaggesca. Forse una sala interamente dedicata a queste testimonianze, sacrificando però gli agganci con i dipinti, ne avrebbe consentito una lettura più attenta. Un altro aspetto poco convincente riguarda l’impostazione generale della mostra: nonostante le 25 opere “autografe” (su alcune il dibattito è ancora molto acceso) e la finalità dichiarata, manca, a mio avviso, un’identità precisa del percorso. La qualità dei dipinti è eccellente e su questo non si discute, ma si fatica a cogliere un’impronta personale, quel racconto emozionante che dovrebbe giustificare un simile sforzo economico e lasciare nel visitatore qualcosa di più profondo che un semplice “wow” strappato davanti alla Giuditta con la testa di Oloferne che apre la rassegna. Ad esclusione dei capolavori si sarebbero potuti sacrificare alcuni dipinti, per dare spazio a qualche caravaggesco o ai precursori. Questo non per scimmiottare la rassegna longhiana, bensì per contestualizzare l’artista e il clima culturale lombardo, che ha consegnato a Caravaggio gli strumenti stilistici e iconografici necessari per rivoluzionare la pittura italiana tra la fine del XVI e l’inizio del XVII secolo.

Caravaggio, Buona Ventura, 1597, Roma, Musei Capitolini

Giudizio finale

Personalmente è comunque una mostra che consiglio, tenendo presente gli aspetti appena accennati. La bellezza della Vergine della Madonna dei Pellegrini o il sonno ristoratore in cui cade la Maddalena, nella tela della Galleria Doria Pamphilj, valgono senza ogni dubbio il modesto prezzo del biglietto.

Alessandro Bonci
bonci.fai@gmail.com
Nasco a Cremona nel giugno '89, ma sono bresciano d’adozione. Mi sono laureato in Storia e critica dell’arte a Milano, pallavolista finché il fisico regge, ho sviluppato una dipendenza patologica nei confronti della pittura del Cinquecento italiano e del buon vino, preferibilmente bollicine. Non sopporto chi si giustifica costantemente, amo la gente che sorride.

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