L’abolizione del tema storico dalle tracce ministeriali a partire dall’esame di stato del 2019 impone una serie di riflessioni di ampio respiro. Lo studio del passato è uno strumento fondamentale per acquisire la consapevolezza delle proprie origini e per comprendere il futuro.

Luca Serianni, presidente della commissione ministeriale che ha approvato l’abolizione del tema storico dall’esame di stato del 2019 (foto www.thevision.it)

La storia ripropone frequentemente atteggiamenti umani, dinamiche economiche e politiche, quindi la sua conoscenza aiuta a prevenire drammatiche situazioni giù vissute. Abolire il tema storico è, dunque, un macroscopico segnale di resa, un passo decisivo verso il declino della civiltà. Non mi stupirebbe che tra qualche anno anche l’insegnamento
della storia venisse ridimensionato, con conseguenze ancora più devastanti.

La situazione degli ultimi anni è tutt’altro che rosea. Tra i banchi di edifici decrepiti sono spesso ignorate le vicende nazionali degli ultimi cinquant’anni, come gli anni di piombo, lo stragismo mafioso, tangentopoli e il terrorismo legato al fondamentalismo islamico. Sono episodi tutt’altro che marginali poiché hanno segnato indelebilmente sia la storia italiana sia quella internazionale, con conseguenze ancora ben visibili. Un’attenzione maggiore a tale periodo sarebbe molto utile nel percorso formativo dei ragazzi che, oltre alla consapevolezza del presente, avrebbero un supporto prezioso da sfruttare in cabina elettorale.


Strane priorità

Il quadro fin qui delineato offre alle commissioni ministeriali che si occupano di istruzione molteplici spunti di riflessione e di intervento. È evidente che prima di riformare l’esame di stato ci siano altre priorità. Oltre ad una revisione dei programmi didattici, l’altro aspetto su cui convogliare le energie è la struttura, e oserei dire anche la natura, del corpo docente.

Un futuro incerto per i nostri studenti (foto www.farodiroma.it)

Non credo esista un settore maltrattato come quello dell’insegnamento! Qui si scontrano due agenti estremamente nocivi: la svalutazione della professione operata dalla politica, che non capisce l’importanza della scuola nel percorso formativo dei giovani e la bersaglia di tagli e di riforme ridicole, e l’imbarazzante superficialità con cui operano molti professori, non particolarmente interessati alla crescita culturale degli allievi. Il sistema di selezione del corpo docenti deve conferire uguale considerazione alla conoscenza della materia ma anche alle competenze comunicative.
Non è per nulla automatico che un esperto in grammatica o in geometria sia in grado di comunicare il proprio sapere in modo efficace. Su questo si dovrebbe lavorare moltissimo, istituendo dei tirocini specifici o dando sostanza a quanto già in vigore. L’insegnante non deve più essere una scelta di ripiego ma una vocazione, simile a quella del medico o del sacerdote. Per fare ciò occorre fatica e impegno, forse è per questo che nessuno ci si dedica con passione.

Trascurare la scuola, però, avrà delle conseguenze molto gravi: i giovani di oggi, gli studentelli sbarbati che aspettano l’autobus per recarsi al liceo e incontrare i loro compagni, sono gli adulti di domani, i futuri avvocati, gli idraulici e gli infermieri. Risparmiare soldi ed energie sulla loro formazione è un autogol di dimensioni mastodontiche che assicura un lungo periodo di decadenza professionale e civile.
Sì…forse prima di mettere mano all’esame di maturità ci sarebbero due o tre cosette da assestare.

Alessandro Bonci
bonci.fai@gmail.com
Nasco a Cremona nel giugno '89, ma sono bresciano d’adozione. Mi sono laureato in Storia e critica dell’arte a Milano, pallavolista finché il fisico regge, ho sviluppato una dipendenza patologica nei confronti della pittura del Cinquecento italiano e del buon vino, preferibilmente bollicine. Non sopporto chi si giustifica costantemente, amo la gente che sorride.

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