Dopo un’accurata analisi e il sostegno di importanti studiosi del calibro di Keith Christiansen, Giovanni Valagussa, conservatore dell’Accademia Carrara di Bergamo, non ha più alcun dubbio: la Resurrezione di Cristo custodita nei depositi del museo orobico è certamente opera di Andrea Mantegna. Una notizia sorprendente che rimbalza implacabile sulle pagine della stampa locale e tra le principali testate giornalistiche nazionali e internazionali. La Carrara si arricchisce di un prezioso tassello che, probabilmente, troverà posto accanto alla Madonna con Bambino dello stesso autore, esposta nella prima sala del palazzo.

La Pala di San Zeno a Verona

Andrea Mantegna è uno dei protagonisti assoluti della storia dell’arte italiana del secondo Quattrocento, un pittore che ha saputo tradurre con incomparabile eleganza il gusto per l’antico e la plasticità della figura umana, di cui a volte scandaglia i moti interiori come nel celeberrimo Cristo Morto della Pinacoteca di Brera. La Pala di San Zeno a Verona dimostra, qualora ce ne fosse bisogno, l’enorme successo che il maestro riscosse tra i contemporanei. Commissionata dall’abate Gregorio Correr ed eseguita tra il 1457 e il 1459, l’opera è incastonata in una sfolgorante cornice lignea, che consente all’artista di innescare un gioco sottile tra architettura reale e dipinta. Al centro si riconoscono la Vergine con il Bambino e alcuni angeli disposti con naturalezza attorno al trono, a sinistra i santi Pietro, Paolo, Giovanni Evangelista e Zeno mentre a destra Benedetto, Lorenzo, Gregorio e Giovanni Battista. La predella originale è stata smembrata nel 1797 durante le spoliazioni napoleoniche ed è sostituita da una copia ottocentesca. I personaggi, abbandonate le esili corporature tardogotiche, si dispongono razionalmente in uno spazio chiuso da un porticato: fregi classicheggianti, specchiature marmoree e festoni con frutti e ortaggi rievocano lo splendore di un’epoca passata, che il Rinascimento riportava alla luce.

La Camera Picta: un gioiello per la corte di Mantova

È, però, a Mantova che l’artista realizza una delle sue opere più celebri, forse la più famosa, sicuramente la più affascinante. Salendo al primo piano del torrione nord del castello di San Giorgio, si apre una piccola stanza, nota come Camera Picta o Camera degli Sposi, la cui decorazione è richiesta a Mantegna da Ludovico Gonzaga ed è eseguita tra il 1465 e il 1474. Uno spaccato di vita cortese, tra abiti sontuosi, sguardi fieri e immancabili rimandi all’antico. Lungo le pareti l’artista dipinge l’annuncio dell’arrivo del cardinale Francesco Gonzaga, figlio di Ludovico, e l’incontro tra i due, avvenuto nell’agosto del 1472. Tramite la storia si celebra lo splendore della corte mantovana, descritta nelle sue diverse sfaccettature (imperdibile è il dettaglio della nana di corte, divenuta icona del ciclo). Ma è nel soffitto che Mantegna inscrive il suo nome tra i grandi del suo tempo. La copertura si squarcia con geometrica precisione e lascia spazio a una finestra circolare, con festoni e una balconata a cui si affacciano uomini, donne, un pavone e dei paffuti angioletti. Alle loro spalle un cielo azzurro con morbide nubi bianche. Una soluzione illusionistica che lascia a bocca aperta ancora oggi chiunque visiti la stanza. Uno sguardo curioso e insolito su una delle corti più raffinate d’Europa.

A. Mantegna, Camera degli Sposi, 1465-1474, Mantova, Castello di San Giorgio, particolare dell’oculo del soffitto

In copertina: A. Mantegna, Resurrezione di Cristo, 1500-1501, Bergamo Accademia Carrara (credits www.ilcorriere.it)

Alessandro Bonci
bonci.fai@gmail.com
Nasco a Cremona nel giugno '89, ma sono bresciano d’adozione. Mi sono laureato in Storia e critica dell’arte a Milano, pallavolista finché il fisico regge, ho sviluppato una dipendenza patologica nei confronti della pittura del Cinquecento italiano e del buon vino, preferibilmente bollicine. Non sopporto chi si giustifica costantemente, amo la gente che sorride.

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