Uno dei fattori maggiormente distintivi del totalitarismo tedesco è l’efficacia della comunicazione a scopo propagandistico e politico. In particolar modo risulta interessante il percorso di selezione dei simboli e delle opere artistiche, operato prima da Hitler o poi da Goebbels, finalizzato alla creazione di una struttura che supportasse direttamente il regime.

La svastica

Il 1920 è una data importante: in questo anno Hitler, forte della sua passione verso il mondo dell’esoterismo, scelse la svastica (dal sanscrito “svastika”, ovvero: “oggetto che porta bene”) come simbolo del piccolo movimento di cui era a capo.

Cartolina di buona fortuna raffigurante delle svastiche

Secondo la teoria più accreditata il simbolo venne introdotto in Medio Oriente dagli Arii (quelli che Hitler credeva fossero i progenitori della “razza ariana” germanica, commettendo un grave sbaglio, in quanto gli Arii in comune con i popoli germanici avevano la sola origine indoeuropea della propria lingua) come simbolo del sole, di fertilità e prosperità. Tale simbolo fu in seguito utilizzato da diverse popolazioni (Nativi Americani, civiltà precolombiane, popoli orientali) e varie religioni come simbolo del bene e del divino (buddhismo, induismo, cristianesimo).

Solo nel 1895 divenne un simbolo connotato politicamente. Ciò avvenne per opera di Adolf Lanz, un monaco austriaco poi scomunicato, con forti interessi per l’esoterismo e con una forte impronta antisemita, il quale scelse la svastica, simbolo del sole, quale effige da contrapporre alla luna, venerata da molti riti ebraici antichi.

Negli anni seguenti tale simbolo venne utilizzato sempre in maggior misura dai movimenti di estremisti europei, fino a diventare il simbolo prescelto da Hitler.

“La svastica era il sole e gli Ebrei erano devoti alla luna, dunque nemici del simbolo e degli Ariani” (A. Hitler, citazione da un discorso)

Hitler parla al raduno di Norimberga (1933)

L’arte come strumento di propaganda

Hitler capì fin da subito che per poter consolidare il consenso popolare doveva assoggettare tutte le forme di pensiero intellettuale presenti e passate alla sua ideologia, anche se questo poteva comportare una totale strumentalizzazione in chiave politica di opere di artisti e pensatori che con il Nazismo non ebbero niente a che fare (ad esempio: “Volontà di potenza” di Nietzsche, le composizioni di Wagner, i manifesti nibelunghi).

Al contempo il “Fuhrer” capì che le arti visive erano il mezzo che più si confaceva ai suoi scopi, data la facilità e l’efficacia con cui era possibile bombardare l’intera popolazione con i simboli del potere, della retorica e dell’ideologia nazista. Tutto iniziò con la ripresa di importanti simboli antichi (quelli delle antiche civiltà germaniche e la svastica), a cui si affiancò un percorso parallelo di costruzione di viali e arene che potessero contenere la folla durante i suoi comizi e le parate delle truppe paramilitari a lui fedeli, in modo che la popolazione si sentisse partecipe di quei rituali che tanto affascinavano pubblico tedesco, ancora esasperato e in preda alla miseria. Dopo aver trovato i contenuti, dunque, il regime si premurò di trovare i modi e i luoghi più efficaci per la loro veicolazione.

Un’altra data degna di nota è il 1933, anno in cui Hitler e Goebbels (nominato Ministro della Propaganda) formarono la “Reichskulturkammer” (Camera della Cultura), che di culturale non aveva nulla dato che divenne di fato l’organo politico deputato alla censura.

I risultati di questi provvedimenti furono immediati: gli artisti erano obbligati a seguire la linea del regime per non venir emarginati, perseguitati o uccisi, e molte opere (libri e quadri) vennero bruciate in quanto espressione della “malsana cultura ebraico-bolscevica”; solo alcune si salvarono venendo vendute all’estero, soprattutto in Svizzera e negli USA.

“Noi non possiamo immaginare una qualsiasi rinascita del popolo tedesco, se prima non risorge la cultura tedesca, e soprattutto l’arte tedesca” (Citazione dal discorso all’Università di Berlino del 1931).

L’ideale di arte nazista era caratterizzato da un forte realismo super-storico, in cui vengono utilizzati archetipi puri svincolati dalla realtà temporale, a cui si mescolava un sistema di valori complessi che ineriscono a concetti come quello superiorità della razza. L’idea hitleriana era quella di costruire un sistema artistico organico come quello ellenico antico, che fosse però interamente dedito ai fini polito-sociali dettati dallo stato. In conclusione, possiamo definire l’idea di arte nazista come un concetto utopico, in quanto tentò di imporsi in un momento in cui le avanguardie si erano ormai inserite nel mondo artistico e in cui la critica ideologica e politica personale da parte degli artisti si stava sempre più affermando.

 

Riccardo Paleari
ricki.pale.22@gmail.com
Nato nell'ottobre 1997 a Monza, sono appassionato di politica e letteralmente dipendente dallo sport. La prima la pratico tuttora, mentre per il secondo ci ho solo provato (con risultati tragicomici). Credo di esser nato nel secolo (forse pure nell'universo) sbagliato: mi piacciono i baffi ottocenteschi e rimpiango un po’ la partitocrazia.

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