Prendete un pallone e un campo verde, mettete in palio una coppa del mondo o un europeo ed ecco che il l’orgoglio italiano si risveglia dal torpore e risuona, fiero, auspicando una vittoria. Per questi mondiali, purtroppo, l’Italia è rimasta a guardare davanti alla tv il secondo trionfo dei cugini francesi dopo quello del 1998. Dopo pochi minuti dalla finale del mondiale è ripartito il solito tormentone sulla restituzione della Gioconda, innescato dal sagace tweet del Louvre che ha abbigliato la misteriosa Monna Lisa con la casacca della compagine d’oltralpe.

Di chi è la Gioconda?

A questo punto è opportuno fare chiarezza sul celeberrimo dipinto e sulle razzie napoleoniche, sperando che al prossimo giro, nel caso di un ulteriore successo francese, non si ripeta più la stessa storia. È ampiamente noto, infatti, che la Gioconda sia un’opera eseguita da un artista italiano ma di proprietà dello stato francese: Leonardo inizia a dipingerla intorno al 1503, se la porta in Francia nel 1517 dove è acquistata regolarmente da Francesco I un anno dopo. Vi è raffigurata Lisa Gherardini, moglie del mercante fiorentino Francesco del Giocondo, ed è una delle pietre miliari della ritrattistica italiana di sempre.

Leonardo da Vinci, La Gioconda, 1503-1517 circa, Parigi, Louvre

Leonardo adotta un taglio di tre quarti per risolvere l’anacronistico profilo numismatico, inserisce il dettaglio delle mani, ricorrente nella produzione artistica vinciana per la notevole cifra espressiva, e tratteggia quel sorrisetto imperscrutabilmente beffardo che richiama ogni anno milioni di visitatori nella capitale francese. Ci sono tante opere di cui potremmo desiderare il ritorno ma mademoiselle Gherardini sta bene dove sta!

Le spoliazioni napoleoniche

Le spoliazioni napoleoniche sono tutt’altra cosa. Durante le campagne militari, Napoleone inseriva nelle clausole dei trattati il diritto di requisire anche le opere d’arte, in virtù della presunta maggior competenza dei restauratori transalpini e della necessità di trasferire i capolavori nella patria della libertà. Al suo seguito erano presenti antiquari e mercanti d’arte, “cani da tartufo” che selezionavano dipinti, disegni e codici miniati. Fu così che il Laocoonte vaticano, le Nozze di Cana di Veronese e i cavalli di San Marco, dell’omonima basilica veneziana, presero la via del Louvre.

Veronese, Le nozze di Cana, 1563, Parigi, Louvre
Cimabue, Maestà, 1280 circa, Parigi, Louvre (particolare)

All’indomani della disfatta di Waterloo, la gestione delle restituzioni fu decisamente complessa. Gli stati depredati non stabilirono una strategia comune e preferirono operare da sé, privilegiando la diplomazia al recupero del maltolto. Non si fece leva a sufficienza sul diritto di proprietà, ci si arrese facilmente dinnanzi alle difficoltà dei trasporti e, viziati anche da certi gusti dell’epoca, si rinunciò ad opere come la Maestà di Cimabue, proveniente dalla chiesa di San Francesco a Pisa, e l’Incoronazione di spine di Tiziano, da Santa Maria delle Grazie a Milano. Cosa sarebbe giusto fare oggi? Restituire tutto ai legittimi proprietari significherebbe chiudere numerosi musei in tutto il mondo. Anche Brera non ne sarebbe risparmiata: è un “museo napoleonico”, voluto dal generale còrso che lo arricchì con dipinti provenienti da chiese e conventi soppressi in tutta Italia. Forse è meglio che le cose restino come sono: molti contesti sono cambiati, alcuni non esistono più e, in fin dei conti, Parigi non è nemmeno così inaccessibile. Tra una baguette un pain au chocolat ritagliamoci qualche minuto per una capatina tra le sale del Palazzo di rue de Rivoli.

Alessandro Bonci
bonci.fai@gmail.com
Nasco a Cremona nel giugno '89, ma sono bresciano d’adozione. Mi sono laureato in Storia e critica dell’arte a Milano, pallavolista finché il fisico regge, ho sviluppato una dipendenza patologica nei confronti della pittura del Cinquecento italiano e del buon vino, preferibilmente bollicine. Non sopporto chi si giustifica costantemente, amo la gente che sorride.

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