Nella vita, per quel che ne sappiamo, c’è una prima volta per tutto. Per Alfred Charles Kinsey, biologo statunitense, ogni prima volta fu un mezzo disastro: il primo anno di college (dove fu costretto a studiare ingegneria), la prima notte di nozze, la prima volta in cui decise di parlare di sesso all’America puritana. Di tutti questi fiaschi, però, l’ultimo si tramutò in successo.
Tra la fine degli anni quaranta ed i primi cinquanta, a causa di due libri “tabù”, il dottore venne acclamato come un eroe o disprezzato come un maniaco: poche volte nella storia l’opinione pubblica si è divisa in maniera tanto manichea. Oggi, d’altronde, non ci scandalizzeremmo più di tanto, dal momento che anche i giovanissimi sfornano romanzi sull’argomento, ma quella di Kinsey non era certo l’America della pubblicità progresso sull’uso del preservativo, dei gay pride e delle lezioni di educazione sessuale nelle scuole medie, tutt’altro: il sesso era una cosa sconveniente, della quale era meglio non parlare (e la cui pratica, secondo la morale vigente, era limitata categoricamente alle coppie sposate).


Laureato in biologia e specializzato in tassonomia (ossia classificazione delle specie), il buon Kinsey, felicemente sposato e padre di quattro figli, fu invitato a tenere un corso intitolato “La famiglia e il matrimonio” presso l’Università dell’Indiana nel 1938: in quest’occasione si rese conto di come gli studenti fossero totalmente digiuni di nozioni sessuali, e pertanto decise di colmare la lacuna raccogliendo ed analizzando scientificamente i racconti dei suoi alunni.
Per avere più dati, allargò poi la ricerca anche a persone comuni: il questionario, contente oltre trecento domande, non lasciava nulla di inesplorato ed era totalmente anonimo (il dottore condusse la ricerca avvalendosi di tre soli assistenti e usando una codice segreto per le risposte).

Il suo lavoro ebbe un profondissimo impatto sulla società americana: i suoi libri divennero (anche se di nascosto) veri e propri manuali di educazione sessuale, e liberarono i lettori dal peccato e dal senso di colpa. Mentre i sostenitori lo considerarono una sorta di novello Darwin, i detrattori, fra cui il celeberrimo senatore McCarthy, lo accusavano di far parte di un malinteso complotto atto ad indebolire i “valori della nazione americana”.
Grazie alla sua battaglia, però, temi come l’omosessualità ed i rapporti pre-matrimoniali vennero completamente sdoganati. Morì nel 1956, tre anni dopo aver ispirato la nascita del mensile Playboy.

Ps. dalla foto non sembra una specie di David Lynch maniaco (sempre ammesso che Lynch non lo sia)?

Marcello Bellini
marcomarcellobellini@libero.it
Nato nell'anno della rivolta di Timișoara, laureato in lettere moderne e filologia, mi piacciono Derrick, il televideo, Leland Palmer coi capelli bianchi, Sirmione, le capriole di Martins e la scucchia di Carlo V. Da grande vorrei essere come Steve Jobs: morto.

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