Oooh la’ – direbbe mio nonno, buon’anima. Sì, perché anche il 2017 possiamo dire di essercelo levato dai piedi. Sebbene Paolo Fox avesse pronosticato per me, e per tutti quei disgraziati che hanno avuto la sventura di capitare sotto il segno della vergine, un anno scoppiettante, quest’ultimo si è rivelato essere l’anno più infame che la vita si sia mai degnata di regalarmi.

Come se non bastasse, alcuni dei trend del 2017 hanno avuto il merito di far sorgere in me l’ardente desiderio di dedicarmi a missioni umanitarie in lande desolate dove non esiste denaro nemmeno per l’acqua, figurarsi per un crop top.

Sperando che questo 2018 ci regali qualche soddisfazione per quanto attiene il nostro guardaroba, cominciamo l’anno con una carrellata di quanto più ci ha disturbati negli ultimi mesi, nella speranza che con la dipartita del 2017 vengano seppelliti anche queste tendenze aberranti.

1. Le calze a rete

Ancora non me ne capacito.
Chi ne è responsabile? Da qualche grave scompenso neurobiologico è affetto? Cosa lo ha
spinto a maturare questo odio nei confronti di sé stesso e dell’intera società? Ma,
soprattutto, di quale forma di disturbo del pensiero soffre chi ha contribuito alla diffusione
di questo scempio?
Domande che, ahinoi, non troveranno mai risposta; così che questi loschi soggetti risultino
ancora a piede libero. Perché sì: indurre preadolescenti ad abbigliarsi come se facessero il
cosplay dell’insegnante erotomane dei film di Pierino, nel codice penale da me medesimo
redatto, è perseguibile di reato.

2. I crop top

Quell’unica volta nella sua storia in cui Prada ha sbagliato, l’ha fatto con un crop top. Coincidenze? Io non credo.
Non c’è nulla che mi abbia fatto soffrire come l’epidemia di crop top, l’estate scorsa;
nemmeno la morte del Gabibbo.
L’aggravante risiede nel fatto che il fenomeno non sia circoscritto alle stagioni più calde:
infatti, questi occhi possono testimoniare di aver visto ragazzine in età prepuberale
indossare t-shirt striminzite di un qualche derivato cancerogeno del petrolio in autunno
inoltrato.
Di sera.
Con un termostato assestatosi tra i 10 e i 12 gradi centigradi.
Figlia mia: rivelami i tuoi segreti perché, per quanto mi riguarda, nemmeno l’enterogermina 10 miliardi sortisce più effetto.

3. Gli occhiali a goccia

Ennesima riprova del fatto che Emily Ratajkowski sia del tutto interdetta nello svolgimento della sua professione.
Di questo sono quasi convinto sia responsabile Alessandro Michele e tutto quel baraccone
di sovrapposizioni improbabili che prende il nome di Gucci. A questo, si aggiungono i
marchi di fast fashion, i quali si assumono l’onere di plagiare senza pudore e vergogna
alcuni e offrire alle fasce di popolazione meno abbienti una versione down-graded di un
accessorio di lusso. E, se già nella sua forma originale d’oro zecchino con incrostazioni di
smeraldi l’accessorio non era un granché, vi lascio immaginare lo splendore della sua copia in metallo rodiato e strass mutuati dalla linea di intimo Seduzioni Diamonds by Valeria Marini. Eppure, Dio solo sa come e perché, il loro potere d’acquisto è spaventosamente notevole.
Ma ai misteri della troppa muoda ci dedicheremo in separata sede, insieme alle dinamiche
sottostanti gli introiti delle fashion influencers e ai motivi che hanno condotto Milly Carlucci
alla prima serata di Rai 1 da duemila anni (cifra presumibilmente sottostimata) a questa
parte.

4. Le calze di spugna e lo sportswear in generale

Di fronte a ciò, le reazioni plausibili sono due: o una bestemmia, o un colpo apoplettico
Su quanto l’adolescenza si configuri come una fase evolutiva complessa si sono scritte
pagine su pagine; ma mai nessun pedagogista o psicologo dello sviluppo si era premurato
di avvertirci che quella matassa ingarbugliata che abita la calotta cranica del quindicenne
medio di Buccinasco avrebbe sfruttato l’abbigliamento quale strumento di espressione.
Difatti eccoci qui, attoniti di fronte ad un’orda di liceali con addosso tute in triacetato
accuratamente risvoltate affinché facciano capolino calzini di spugna che financo il più
tamarro degli attaccanti del Benevento si rifiuterebbe di indossare.

5. Culottes

Ai miei tempi, le culottes erano solamente una tipologia di indumento intimo.

Oggi, invece, pare siano un paio di pantaloni in crisi di identità: infatti, si collocano a metà
tra i capri pants e i pantaloni palazzo. Il risultato? Una cagata Pantaloni che paiono essersi irrimediabilmente accorciati per via di un lavaggio a temperature troppo elevate, con
buona pace dell’armonia delle proporzioni.

6. Sandali e scarpe con carrarmato

Stenterete a crederci, ma questa fotografia l’ho presa dal dizionario, parimenti alle voci “sobrietà” e “classe”.
Chiedo scusa, ho dimostrato tolleranza nei confronti di numerosi torti e disagi – come, ad
esempio, la prima serata di Canale 5 che comincia mezzora dopo rispetto quanto
dichiarato; ma su questo non riesco a soprassedere.
Non riuscirei nemmeno ad esprimermi senza scadere nel turpiloquio.
Lascerò che, paradossalmente, questo mio silenzio prenda la parola.

Sperando di non aver rivangato in modo troppo traumatico il recente passato, vorrei concludere con un messaggio di speranza.
Vorrei, appunto.
Ma non mi è possibile; perché se la storia ci ha insegnato qualcosa, è che al peggio non c’è mai fine: avreste mai pensato che, superato il trauma delle spalline rigide delle giacche nel 1997, avremmo dovuto confrontarci, vent’anni dopo, col dilagare del velluto?

No, vero? E invece…

Claudio Calzi
cla9431@hotmail.it
Caustico più della soda, ma molto meno sodo del celeberrimo uovo. Sul mio conto si possono annoverare numerose qualità; ma mi definirei soprattutto magnetico: nel senso come attraggo io le sventure, nessuno mai. 16 anni (compiuti numerose volte) e residente in uno sperdutissimo paesino a sud della Lombardia, posso vantare una laurea in Scienze e Tecniche Psicologiche. Ma non temete: ad oggi non si è rivelata utile nemmeno ad alleviare le mie stesse pene. Mi occupo di moda e spettacolo, perché ad una fluente chioma castana mi fa da contraltare uno spirito molto biondo.

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