Aulo Vitellio, imperatore gourmet

Aulo Vitellio Germanico nacque a Nuceria, nell’attuale Campania, nel 15 dopo Cristo, e trascorse la sua infanzia a Capri.
Qui non faticò a farsi degli amici, grazie al suo carattere vivace e ai modi originali e pieni di spirito. Fu amico di Caligola, con cui gareggiava in spericolate corse a cavallo, di Claudio, con cui giocava accanitamente a dadi, e di Nerone, compagno di grandi libagioni e scorribande notturne.
Ebbe due mogli: Petronia e Galena.
Pare fosse morbosamente pigro, smodato nel cibo e nel bere, allegro e grande spendaccione, al punto di cadere (più volte) in mano agli strozzini.
Amico fraterno Tito Vinio, ottenne grazie a lui il governo della Germania Inferiore, ma a causa dei debiti dovette affittare la sontuosa villa che possedeva, lasciando moglie e figli in una modesta abitazione popolare.
Coi soldati, a quanto ci è pervenuto, era generoso ma privo di polso, e per questo faticava ad imporre la disciplina. Nonostante la sua palese inettitudine, questi lo amavano per la sua liberalità, tanto che, a distanza di un solo mese dall’elezione, lo acclamarono imperatore.
Vitellio si trovava in Gallia quando gli giunse notizia della battaglia di Bedriaco, presso il Po, e del suicidio di Otone, suo avversario politico (siamo nel 69 d.C., il famoso “anno dei quattro imperatori”)
Mentre le legioni vittoriose si abbandonarono a saccheggi e devastazioni lungo la valle del Po, Vitellio, lasciata Lugdunum (odierna Lione), scese in Italia.
Già celebre per la sua ghiottoneria, durante la trionfale discesa si superò, letteralmente: il suo viaggio consistette in un’ interminabile serie di banchetti costosissimi, tutti a carico delle città che lo ospitavano.
Entrò nell’Urbe in veste da battaglia, al suono delle trombe, tra aquile e insegne, alla testa delle truppe che tenevano le spade sguainate.
Suo fratello, Lucio Vitellio, offrì un grandioso banchetto in suo onore, nel quale furono serviti oltre duemila pesci sceltissimi e settemila uccelli.
Frattanto, a Roma erano in corso le celebrazioni per i Ludi Ceriali: i pretoriani e le coorti urbane prestarono giuramento di fedeltà al nuovo imperatore, mentre il popolo gremì il Foro applaudendo e incitando il nuovo sovrano.
Per prima cosa Vitellio si circondò di truppe fedeli: la legione ispanica fu rimandata in Spagna, mentre molti centurioni delle legioni illiriche vennero messi a morte e le legioni stesse rispedite verso il Danubio; la XIV Legione, famosa per la repressione della rivolta britannica, fu inviata in Britannia.
Il corpo dei pretoriani fu sciolto e ricostituito in sedici coorti di mille uomini ciascuna attingendo alle fidate legioni germaniche; anche le coorti urbane vennero sciolte e rifondate con legionari provenienti dalle regioni vicine al Reno.
Coi nemici politici volle esser clemente, risparmiando la vita al fratello di Otone, ma fu severissimo con gli astrologi e (soprattutto!) coi suoi creditori.

“Non risparmiò quasi nessuno degli usurai che avevano reclamato da lui cinicamente il loro avere… Ne mandò al supplizio uno nel momento in cui veniva a salutarlo; poi, improvvisamente, ordinò che tornasse indietro e, mentre tutti lodavano la sua generosità, egli comandò che fosse giustiziato sul posto per godere della morte. Implorando due figli di un condannato la grazia del loro padre, fece morire anche loro. Un cavaliere romano, che veniva condotto a morte, gli disse: “Ti ho fatto mio erede”; Vitellio volle leggere il testamento e, avendo costatato che il cavaliere lo aveva nominato erede insieme con un liberto, fece uccidere lui e il liberto”.
(Svetonio – Via dei Cesari)

Delle faccende dell’impero si curò molto poco, lasciando che se ne occupassero i fidati Valente e Cecina. Fu solo per merito loro se due moti di rivolta, uno in Mauritania e l’altro in Gallia, vennero stroncati sul nascere.
Preferiva dedicare tutto il suo tempo alle feste e ai banchetti, nei quali “investì” circa novecento milioni di sesterzi.

“….tutta l’Italia, dall’uno all’altro mare, fu saccheggiata perché il grande ghiottone avesse squisite vivande; e le più autorevoli persone delle città e le città medesime andarono in rovina a furia di imbandir mense”.
(Tacito – Historiae)

Rimase famoso un piatto che fece presentare in un pranzo pubblico, che per la sua straordinaria grandezza fu chiamato “scudo di Minerva”: era pieno di fegatini di pesce, di cervelli di fagiani e di pavoni, di lingue di fenicotteri e di animelle di murene pescate nel Mediterraneo, dalla Siria alla Spagna.
Secondo gli autori della sua epoca, se Vitellio fosse rimasto più a lungo a capo dell’Impero, anche quest’ultimo sarebbe stato divorato.
Il suo regno, però, non poteva durare a lungo: se il popolo era contento di lui, specialmente grazie alle feste che organizzava e agli spettacoli che offriva, non godeva della fiducia del senato e di parte dell’esercito. Vitellio aveva sì l’appoggio dei pretoriani e delle legioni della germaniche, ma era malvisto dalle milizie che erano state sotto il comando di Otone:
temevano infatti di essere trasferite dall’Oriente in Germania.
Queste ultime, fra l’altro, avevano da poco sedato le rivolte in Palestina e, cosa più importante, avevano come comandante il più rinomato generale dell’epoca, Vespasiano.
Sconfitto nella seconda battaglia di Bedriaco, Vitellio decise di dimettersi, ma i suoi pretoriani rifiutarono di arrendersi, per timore di essere sostituiti o uccisi da Vespasiano. Vistosi perduto, concluse un accordo in cui, rinunciando al potere, gli veniva concesso di vivere da privato cittadino in una villa della Campania, con l’incredibile somma di cento milioni di sesterzi.

il busto di Vespasiano

Il 18 dicembre del 69, Vitellio abbandonò la casa dei Cesari sul Palatino per recarsi al senato a restituire le insegne.
Pochi giorni dopo aver stipulato l’accordo, fu raggiunto da un drappello di detrattori, deriso, spogliato, sgozzato e gettato nel Tevere. Aveva cinquantasei anni.

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