Non passa giorno in cui il TG4 non manchi di ricordarci come sia necessario un’alimentazione equilibrata e uno stile di vita sano per non vedere concretizzarsi il rischio di un infarto o qualche altra malattia cardiovascolare. E dal momento che a pizza, focacce e carriole di gelato non avrei intenzione di rinunciare nemmeno se avessi le arterie completamente ostruite dal grasso, le circostanze mi hanno costretto all’iscrizione in palestra.

E, come se non fosse sufficientemente gravoso il fatto di doversi interfacciare con la civiltà al solo fine di sudare come una signora in età avanzata in preda a una caldana, a ciò precede un lungo e articolato processo decisionale in merito a una scelta di imprescindibile importanza:
cosa indossare per varcare le soglie degli Inferi.

Dopo un anno di esperienza in quel covo di scellerati altrimenti detto centro fitness sono giunto alla conclusione che i suoi assidui frequentatori siano distinguibili entro due categorie:
quelli che si equipaggiano di qualsiasi articolo sportivo sia mai stato introdotto sul mercato dello sportswear.
Quelli che vi si recano indossando i cosiddetti “vestiti da casa”.
Io, naturalmente, non intendo spendere un euro in più di quanto non sia strettamente previsto dall’abbonamento, e pertanto posso orgogliosamente annoverarmi tra i cosiddetti sciattoni. Del resto, se così non fosse non saprei come altro impiegare quella ventina di magliette dell’Hard Rock Café acquistate in quegli anni in cui era socialmente accettabile indossarle in contesti istituzionali.

Nella fattispecie, varcando le porte della vostra palestra di fiducia, una volta rinsaviti in seguito alla zaffata di sudore che investirà il vostro epitelio nasale, incapperete in due prototipi umani: da un lato, l’atleta che, illusosi del fatto che l’allenamento dia luogo a effetti tanto più evidenti quanti più strati di tessuto tecnico avvolgano il suo corpo, vedrete tronfio d’orgoglio nelle sue canotte e leggings aderenti e dai colori sgargianti, che poco lasciano all’immaginazione. E alla virilità.
Dall’altro, invece, vedrete individui di fronte ai quali vi sorgerà spontanea la seguente domanda:
“ma è in pigiama?”.
Ebbene, signore e signori, nella maggior parte dei casi la risposta sarà affermativa. Estraendo causalmente da questo sotto-campione un soggetto qualsiasi potreste imbattervi in colui che sta scrivendo queste righe: difatti, la mia divisa-da-allenamento consta in maglia in 100% cotone, dal momento che solamente un 1% di materiale sintetico potrebbe generare un olezzo tale da configurarsi come arma di distruzione di massa, e pantaloncini quanto più larghi possibile, per agevolare le lunghe corse da maratoneta sul tapis roulant.
Sì, ok, trattasi di 5 minuti di corsa; ma non mi sembra questo il contesto in cui fare run-shaming (?)

Presenti in entrambe le porzioni di campione, ma in misura maggiore nella prima, vedremo quelle che si presentano in sede di allenamento con quel filo di make-up sufficiente a partecipare alla RuPaul Drag Race.
Allego diapositiva.

Cosa spinga queste individue a mostrarsi, presumibilmente al grido di “Miss Vaaaanjie”, ricoperte dello stesso cerone impiegato dai tanatoprattori non mi è dato saperlo.

In definitiva, a fronte di un anno di osservazione di body builders vari ed eventuali nel loro contesto d’elezione, posso concludere che non esista outfit che preservi chiunque dalla perdita di dignità in palestra: che voi siate vestiti di tutto punto, o avvolti in pulciosi cenci risalenti alla fine degli anni 90, il fiato corto e le cascate di sudore che percorreranno inesorabilmente i vostri volti svolgeranno egregiamente il loro compito nel mostrarvi al pubblico nella peggiore delle condizioni possibili.
Ecco perché consiglio vivamente di trovare l’anima gemella in palestra: se c’è una certezza in questa vita, è che non assisterà mai a uno spettacolo più raccapricciante.
Come si suol dire: if you don’t love at my worst, then you don’t deserve me at my best.

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