Milano Fashion Week – Autunno/Inverno 2018: recensione onesta

Sì, è tempo di elezioni: il destino del nostro paese potrebbe essere potenzialmente stravolto da ciò che verrà deliberato in data 4 marzo 2018 da parte del popolo italiano. Ma negli ultimi 7 giorni una serie di eventi di portata internazionale si sono susseguiti sul suolo italico, nella fattispecie nel capoluogo di provincia lombardo: una sequela di roboanti cambi d’abito e falcate meglio conosciuta come MILANO FASHION WEEK. E chi mai potrebbe interessarsi alla politica e alla deriva che prenderà questo Paese tra meno di una settimana nel momento in cui i grandi nomi della moda decidono come ci vestiremo la prossima stagione?

Non di certo io.

Pertanto, ecco che – mentre un’esponente politico con il cognome simile a “cocomero” (un lapsus? La par conditio? Chissà) delirava, senza discostarsi più di tanto dai suoi usi e costumi quotidiani; e un altro giurava sul Vangelo, in barba alla linea di demarcazione tra Stato e Chiesa che gli insegnanti cercano di inculcarci sin dalla scuola primaria di primo grado – io mi dedicavo anima e corpo in una recensione umile e onesta di ciò che queste passerelle ci hanno offerto.

Vai con l’RWM (cit.)

Gucci

Quello che provo non è descrivibile a parole; pertanto devo ricorrere ad un’analogia. Di fronte a quest’ultima sfilata di Gucci, mi sono sentito come si sente un genitore di fronte alla débâcle del proprio figlio al saggio scolastico di fine anno: in cuor suo è perfettamente consapevole della cocente delusione, ma non troverà mai il coraggio di ammetterlo.

Di conseguenza, non riuscirò mai a dire a voce alta come mi abbia deluso questa FW18 made in Gucci; ma, di fatto, è così.

L’impressione è quella di aver visto sfilare un fac-simile delle precedenti collezioni, privando così quest’ultima di quell’”effetto wow” a cui Alessandro Michele ci aveva così ben abituati.

La sfilata, comunque sia, non ha mancato di entrare nella storia della moda. Ciò che però delude ulteriormente è determinato dal fatto che i motivi per cui questa sfilata verrà annoverata come “iconica” non saranno da attribuirsi agli abiti; bensì alla location (un’inquietante sala operatoria), e al fatto che alcuni modelli abbiano sfilato con una riproduzione della loro testa sotto il braccio, e altri con cuccioli di drago che paiono usciti direttamente da Game of Thrones.

Oltretutto, non vedo soluzione di continuità tra il teaser trailer della sfilata, gli inviti nella foggia di bombe, la location e collezione. In questo evento – spiace dirlo – domina il caos. Alberta Ferretti

senza particolari guizzi creativi, Alberta Ferretti porta a casa un risultato dignitoso. Ma consentite al Diet Prada che è in me di emergere e di sottolineare come le camicie in denim cowgirl style siamo fin troppo simili a quelle proposte da Versace lo scorso settembre nel tributo a Gianni; e come diversi abiti in tessuti cangianti ricordino fin troppo gli strass che hanno reso iconico Vaccarello presso Saint Laurent. Presi singolarmente, diversi look spiccano: eleganti, senza strafare. Nel complesso, la collezione risulta caotica: non c’è un fil rouge che colleghi un pezzo all’altro, manca coerenza interna.

Moschino

Sia ringraziato il Cielo, Jeremy Scott ha proposto un qualcosa che si discosta – seppur di poco – dall’accozzaglia di elementi incongrui che ha caratterizzato le precedenti collezioni: niente più costumi di carnevale volti ad imitare bouquet, Barbie peripatetiche o confezioni del Bref; bensì un connubio tra una hostess dell’Alitalia – ma ben vestita – e Jackie Kennedy.

O meglio, questo è quello che ho pensato per buona parte della collezione; la prima, nella fattispecie.

Poi, ahinoi, sono giunte le note dolenti, con un lieve ritardo tale da farmi addirittura sperare che per la prossima stagione Scott ci avesse evitato la progressiva degenerazione del nervo ottico. E invece, seppur in misura minore rispetto al passato, hanno fatto capolino anche gli abiti da quinceanera: geometrie improbabili, asimmetrie, tessuti dall’apparente (non reale, voglio sperare) scarsa qualità. Insomma: abiti che solamente le cantanti del pop coreano potrebbero indossare con disinvoltura senza vergognarsene almeno un po’.

L’atmosfera, nel complesso, è tipicamente sixties, con riferimenti futuristici: in buona sostanza, l’impressione è di essere stati catapultati in una puntata de I Jetson

BITCH STOLE MY LOOK

N° 21

Sarà un mio limite, ma non ho compreso appieno in che direzione volesse muoversi Dell’Acqua con questa collezione. Anzi: sono completamente all’oscuro del senso associato a questo autunno/inverno 2018 made in Numero Ventuno. I guanti abbinati a pellicce a stampa vaccina mi suggeriscono una lode alle imprese di pulizia che incontrano la più umile classe contadina; ma dubito che questa fosse la reale intenzione del designer. Ciononostante, l’ipotesi parrebbe avallata dalla presenza di camicie con stampa check, indossate aperte: esattamente come vuole la tradizione secolare del Kentucky.Attendo ulteriori delucidazioni.

Prada

Se “My Personal Jesus” l’avessi scritta io, siate ben certi che sarei stato ispirato da Miuccia Prada. Dopo due stagioni che, personalmente, ho trovato sottotono e non particolarmente entusiasmanti, Miuccia è tornata ai fasti di un tempo: gli elementi già presenti nel menswear ricorrono, ma sembra che abbiano subito un vero e proprio upgrade, in quanto arricchiti da elementi che maggiormente si prestano al womenswear: cappotti in nylon bordati di shearling dai colori fluorescenti, stampe ironiche su borse e accessori, un massiccio ricorso al tulle, che regala un allure molto femminile e principesca a capi di abbigliamento che, di per sé, si accostano maggiormente al menswear, se non addirittura all’activewear. L’apice lo si è toccato nel momento in cui una modella vestita di frange di materiale plastico ha calcato la passerella: dal momento che non trovo le parole per descrivere quanto si presenta al mio cospetto, lascio che sia Lady Gaga a fare le mie veci.

Allo stesso tempo, Miuccia e il suo team di designer riprendono elementi che hanno caratterizzato la storia di Prada, quali ad esempio le iconiche scarpe col tacco “a fiamma” e i gioielli a forma di banana. Un auto-celebrazione che ha fatto insospettire i più: che Miuccia sia pronta a un suo ritiro? Anche in queste circostanze, preferisco manifestare il meccanismo di difesa a cui ricorro ogniqualvolta io sia costretto ad interfacciarmi con il DRAMA: l’evitamento. Del resto, se non ci penso, vuol dire che il pericolo non sussiste. No?

Fendi

come per quanto riguarda Alberta Ferretti, Fendi porta a casa un dignitosissimo risultato senza strafare. Naturalmente, negli anni questo brand ha trovato la sua cifra stilistica, e difficilmente esce dalla sua comfort zone, dominata da pellicce, loghi e… sì, insomma, pellicce. Unico guizzo creativo realmente degno di nota la collaborazione con Fila. A quanto pare, i brand di lusso si pongono un obiettivo ben preciso: elevare al luxury anche banalissimi brand di sportswear, costringendoci, ormai, ad acquistare da Desigual.

Naturalmente scherzo: piuttosto nudo.

In aggiunta a quanto passato sinora in rassegna, non è passata inosservata la massiccia presenza di cappotti sulla passerella della maison romana diretta da Karl Lagerfeld: che voglia appropriarsi di un monopolio fino ad oggi ad esclusivo appannaggio di Max Mara?

Max Mara

Per questo brand che ha fatto del vero cappotto – quello che realmente scalda – il suo cavallo di battaglia, ho un commento tecnico breve e conciso: (Inserire gif Chiara Ferragni)Se Prada ha preso gli elementi delle sue passate collezioni, attingendo anche alla moda maschile, e ne ha elevato il livello qualitativo; Max Mara – secondo il mio modestissimo parere di umile consumatore di Vogue Italia – si è prestata al processo inverso, proponendo una carrellata di looks ben al di sotto delle aspettative.La nota più spiccatamente positiva la colloco nel casting: Lara Stone, Doutzen Kroes, Vittoria Ceretti, Joan Smalls, Grace Elizabeth. Loro, del resto, riuscirebbero a rendere mirabile e travolgente anche il guardaroba di Milly Carlucci, composto al 90% di abiti a sirena.

Tod’s

Al team creativo di Tods piace vincere facile, presumibilmente. Il motivo? Beh, se non è una mossa strategica far sfilare Vittoria Ceretti con un cucciolo di cocker spaniel abbarbicato al suo braccio non vedo cosa possa mai esserlo: quando recluti una delle modelle più desiderate (e più belle) del panorama non solo italiano, ma anche internazionale, e a questa affianchi un adorabile cucciolo, senza che sia necessario frugare con precisione certosina, in tasca trovi senz’altro la vittoria.
Quando poi arruoli anche Gigi Hadid e a lei lanci un cucciolo di bulldog francese, hai vinto la lotteria della muoda. Pertanto, ti è concesso anche proporre in passerella abiti relativamente anonimi, perché sai perfettamente che l’attenzione dei presenti sarà diretta unicamente a quelli che Paris Hilton già nel lontano 2006 aveva definito i migliori accessori con cui una donna potrebbe agghindarsi: i cani.
Cosa ci insegna, dunque, questa esperienza? Naturalmente, che Paris Hilton è una grande precorritrice dei tempi, e dovremmo tutti espiare i nostri peccati per averla criticata aspramente a suo tempo.

Un solo dubbio aleggia nell’aria: che fine ha fatto Kendall Jenner? Protagonista della campagna pubblicitaria del marchio, mi sarei aspettato di vederla aprire – o chiudere – la sfilata; eppure, di lei nemmeno l’ombra. Cosa si nasconde dietro questa scomparsa? Chi mai ne sarà responsabile? Ma soprattutto: chi ha ucciso Laura Palmer? E chi era il nano della stanza rossa?

Roberto Cavalli

Da quando il Signor Cavalli ha deciso di abdicare e affidare lo scettro da stilista a personalità più giovani – così da potersi dedicare a tempo pieno alla chirurgia estetica e ai flame con Flavio Briatore – il brand ne ha senz’ombra di dubbio giovato. Ciò che ha caratterizzato il marchio nel corso degli anni e che ne costituisce l’essenza, tuttavia, permane: l’animalier, le linee grintose, tagli di un certo carattere – come i cut-out – restano, come a voler sottolineare il target per cui è specificamente pensato il marchio: personalità grintose, energiche e sicure delle proprie potenzialità, a prescindere da sesso ed età.

Interessanti i capi con effetto ombré, sebbene gridino un po’ troppo sguaiatamente l’ispirazione a Raf Simmons – prima da Dior e attualmente per Calvin Klein – ed Elie Saab.

Versace

Paragonerei la delusione che ho provato di fronte a questa collezione autunno/inverno 2018 a quella che mi colpisce ogniqualvolta son convinto che per cena sia prevista la pizza e invece mi imbatto in una ciotola di minestrone: sì, non ti provoca i conati di vomito; ma hai vissuto un’intera giornata in funzione di quel momento e improvvisamente ti crollano tutte le certezze.

Allo stesso modo, da questa sfilata mi aspettavo grandi cose: dopo il vero e proprio evento dello scorso settembre, che aveva addirittura scomodato le top model a cui Gianni era più affezionato, e dopo aver appreso che la sfilata si sarebbe tenuta a Palazzo Reale, le aspettative erano – naturalmente – molto elevate. Aspettative che, sfortunatamente, non sono state corrisposte da una collezione che, al contrario di quanto mi fossi prefigurato, si è dimostrata non troppo distante dalle precedenti. Secondo il mio modestissimo parere, non si tratta qui di una cifra stilistica, di un fil rouge che guida il brand lungo le collezioni; quanto piuttosto di un voler proporre continuamente gli stessi elementi, nella migliore delle ipotesi combinati in modi differenti.

Al pari di Gucci, l’impressione è che il marchio necessiti di una svolta, di una rivoluzione, di aria fresca. Che sia giunto il momento, per Donatella, di cedere il trono a Riccardo Tisci, come vogliono i rumors da qualche tempo.

Salvatore Ferragamo e Giorgio Armani

Ferragamo e Armani sono, a mio parere, gli esponenti della moda made in Italy a cui chiunque potrebbe ambire, se non fosse per i prezzi proibitivi. Mi spiego meglio: le collezioni proposte da questi due grandi nomi incarnano in sé quelli che, secondo me, rappresentano i criteri affinché ci si possa sentire bene in un abito: comodità, eleganza, carattere e cura dei dettagli. Guardando un abito di Armani o Ferragamo non viene da pensare “Eh, se solo ne avessi il coraggio”, come si potrebbe dire di fronte ad un abito di Gucci, ad esempio: si tratta di abiti alla portata di tutti (sebbene non alla portata delle finanze di tutti; ma si sa: la qualità costa), a prescindere dalla self-confidence, da quel cosiddetto “coraggio” (per quanto mi rincresca scomodare questo termine, che ritengo più adatto a circostanze ben più gravose); in ragione del fatto che trattasi di abiti contemporaneamente semplici e articolati. Sebbene possa apparire un ossimoro, gli abiti di questi due esponenti della moda italiana si caratterizzano per una complessità, una ricchezza, un’opulenza che, tuttavia, non vengono ostentate mediante un maximalism esplicito a’ la Alessandro Michele; bensì celate sotto una facciata di illusoria semplicità, che in verità tradisce un pressoché immenso lavoro artigianale di attenzione spasmodica ai dettagli.

Dolce e Gabbana

Come da tradizione, durante la settimana della moda la domenica assume tutto un altro sapore. Premetto che, generalmente, nella mia umile dimora la domenica viene vissuta esattamente come un condannato a morte vivrebbe il giorno della sua esecuzione. Pertanto, la domenica di Pasqua e la domenica in cui sfila Dolce e Gabbana sono le uniche due domeniche che meritano d’essere vissute: rispettivamente, l’una perché ci si abbuffa fino ad esplodere, l’altra perché si ha modo di constatare che forma fisica si avrebbe se a Pasqua non si fossero ingurgitate anche le gambe del tavolo e il resto della cucina.

Sì, d’accordo: i signori Domenico e Stefano propongono in passerella gli stessi identici abiti da almeno dieci anni, con minime variazioni sul tema a livello di ricami e stampe – su questo punto c’è effettivamente ben poco da sindacare; tuttavia hanno la capacità di generare un’atmosfera e un clima di spasmodica attesa tali per cui si è indotti a soprassedere su determinate pecche a livello sartoriale.

Stavolta, tuttavia, la sfilata è stata aperta da un vero e proprio colpo di genio: dei droni hanno sfilato (ammesso che così si possa definire il loro volo) con le nuove nate nel reparto pelletteria della celebre casa di moda. Vedere per credere.

A ciò hanno fatto seguito una carrellata di più di cento looks, tra lo sparkling e l’ironico. Tra questi, restano particolarmente impressi i completi tipicamente maschili, che – addosso a una donna – acquistano tutto un altro allure.

Ma ad attrarre maggiormente l’attenzione sono stati i riferimenti alla religione. Da sempre Dolce e Gabbana rende omaggio all’iconografia cristiana: non si contano le occasioni in cui, in passerella, abiti e modelle sono stati adornati da sacri cuori e croci. Stavolta, tuttavia, si ha l’impressione che si siano spinti leggermente oltre: qual è, di fatto, la linea di demarcazione tra omaggiare, attingere a piene mani da una forma artistica che ben poco ha a che spartire con la moda e blasfemia?

In attesa che Angelo Flaccavento vi dedichi un’elucubrazione sul prossimo numero di Vogue Italia, a noi non resta che ammirare e rendere merito a questo rischio creativo.

E, ora che la fashion week meneghina è volta al termine, non resta che affrontare l’annosa questione ogni febbraio ottenebra le nostre menti:

le fashion influencer non hanno freddo?E soprattutto: come è possibile che nessuna di esse sia ancora stata investita?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: